Catalogna: note per una certa sinistra

Pubblichiamo questo intervento di Andrea Geniola, ricercatore pugliese che vive a Barcellona, sulla questione catalana:

 

Catalogna: note per una certa sinistra…

 

In queste ore la questione catalana, dopo aver fatto a lungo capolino a singhiozzo nei mezzi di comunicazione italiani, è diventata mainstream. La reazione dell’opinione pubblica italiana, adeguatamente condizionata da una stampa generalmente in linea con la lettura ufficiale del governo e dei partiti spagnoli come PP, PSOE e Ciudadanos, ha reagito come il topolino da laboratorio che risponde agli input cui è stato ammaestrato. Si tratta di una questione di egemonia di valori e di preparazione del terreno. Se per anni hai letto cose scritte da Corsera e Repubblica, copiate da El Mundo e El País e condite dai “reportage” di costume del Venerdì, non potrai che avere una determinata opinione dei fatti. La lettura dominante, e che alcuni credono pure essere alternativa, è quella che i catalani sono ricchi, hanno già tutto, che sono come i leghisti, che il referendum catalano è come quello veneto, e poi via con il discorso contro le “piccole patrie” (come se fosse una questione di misura del pene) e con i riferimenti ai Balcani. Tutto troppo facile, nel gioco delle sovrapposizioni. Qui ci sarebbe da fare un lunghissimo lavoro di decostruzione della narrazione stato-nazionalitaria che dovrebbe avere la profondità di un enorme e collettivo atto di autocoscienza che, si capisce, nessun paese si può permettere, e ancor meno con gli attuali livelli di analfabetismo di ritorno. Qualcuno dice anche che i catalani sono dei neoborbonici. Surreale dato che il Sì alla domanda del referendum aprirebbe le porte a una secessione che darebbe vita a una Repubblica, che si separerebbe appunto dalla Monarchia borbonica. Ma nella visione millenarista che si sta imponendo oggi i fatti, la realtà fattuale, non contano. Conta la nostra visione personalista della storia, della politica, dell’immunologia, della geologia, della vulcanologia, ecc. Ma questi sono dettagli. Gratta gratta si arriva all’ossessione della sinistra italiana, o di gran parte di essa, per il mantenimento dell’unità dei “grandi stati-nazione”. E quanto male hanno fatto i libri di un accademico tanto prestigioso quanto poco documentato come Guy Hermet in questo senso… Poi vengono le retoriche europeiste, ma in calo dato che entrano in contraddizione con la difesa dello stato-nazione. Un po’ come molti grillini o fascistoidi che da una parte vogliono difendere l’Italia da invasioni di “barbari immigrati” e dall’altra riscoprono il fascino del tradizionalismo neoborbonico, senza trovarvi alcuna contraddizione. Ma torniamo a noi: la sinistra. Alla fine la persona acculturata di sinistra è ossessionata da una sola domanda: ma questa cosa della secessione è di sinistra? E la risposta automatica è No. Ovviamente la domanda è mal posta, fuori luogo. In Catalogna si sta cercando una soluzione democratica che lo Stato non prevede possibile, dinnanzi a una questione che 1) ha origini storiche a partire almeno della prima o seconda metà dell’800, a seconda dei punti di vista, 2) che si trascina nella declinazione attuale almeno dal 2004, senza che le soluzioni proposte siano state praticate da Madrid. Non è qui in discussione la secessione o meno. Come ha compreso anche la nuova sinistra alternativa spagnola (Podemos, Izquierda Unida, indignados…) la soluzione al conflitto in corso è un referendum. E in un referendum può vincere il Sì o il No. E a mio parere, prima dei fatti di ieri, avrebbe vinto il No. Detto questo però resta la questione di fondo. Alla persona istruita di sinistra non interessa la questione democratica, che nel caso spagnolo danno erroneamente per scontata, ma se la secessione è “di sinistra”. E allora entriamo in un groviglio il cui nucleo non è di comprensione della realtà bensì l’ossessione per la ricerca di una posizione politica in linea con le proprie convinzioni, o quelle che si pensano essere le proprie convinzioni. Sapere che questo referendum si deve in parte alla spinta parlamentare e sociale della sinistra indipendentista, che ha letteralmente trascinato, assieme alle associazioni della società civile, il catalanismo verso il referendum o che a favore di un referendum ci sono anche le sinistra alternative neo-socialdemocratiche (Podemos, Comuns, la sinda di Barcellona Ada Colau…)… sapere tutto questo crea un cortocircuito in cui alcuni mi hanno detto: “…e allora perché non fanno la guerra o la rivoluzione se ne sono capaci?” oppure “…io gli manderei i carabinieri e gli indipendentisti li fucilerei tutti”. Eppure una persona di sinistra dovrebbe rallegrarsi del fatto che in Catalogna, unico luogo in Europa, in parlamento c’è una forza anticapitalista con 10 deputati su 135 che in questa particolare congiuntura ha raggiunto un peso tale da preoccupare le élite e oligarchie, spagnole e catalane, entrambe esplicitamente contro la secessione. Questa situazione surreale non ha soluzione però coloro che dovessero avere la voglia di documentarsi sulle ragioni della sinistra indipendentista di cui ho accennato, la Candidatura d’Unitat Popular (CUP), possono oggi farlo grazie al libro in cui Marco Grispigni ha raccolto per Manifestolibri gli interventi di una serie di dirigenti, rappresentanti eletti e militanti della CUP. Pur avendo l’autore legittimi e argomentati dubbi circa la fattibilità e le possibilità di successo del progetto della CUP mostra un’insolita (e preziosa) apertura mentale rispetto alla situazione. Vi scrivono tra gli altri: Carles Riera (deputato) Mireia Bo (Mireia Boya, deputata di lingua occitana aranese) Mireia Vehí Cantenys (deputata) e l’ex deputato Quim Arrufat. Buona lettura!

 

Andrea Geniola

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