Dell’abitare la rottura e dei suoi echi. Una lettura di «Un viaggio che non promettiamo breve» di Wu Ming 1

Di guerrieri indifesi
Ha bisogno il mondo,
Di sacra ira
Di occhi spalancati
Chandra Livia Candiani

 

Wu Ming 1, in questo testo sui venticinque anni di resistenza del movimento No Tav, si chiede: “Perché proprio in Val Susa?”. E non ha idea di quante volte ce lo siamo chiesti anche noi. Qui, da questo profondo Sud in cui ci siamo ritrovati a fare politica e a mettere in piedi tra mille difficoltà le nostre lotte. Diverse, ma convergenti a quelle che hanno animato la valle in questi anni. Cementificazione, opere inutili, le mani degli interessi privati sui beni comuni, sono fronti su cui tutti quelli che credono esista un altro modo, più equo, di condividere un territorio, si sono scontrati e si stanno scontrando. Per chi ha vissuto così lontano dalla Val di Susa, quei venticinque anni di idee e significati stratificati a mo’ di sedimentazione geologica in quelle cinque lettere, No Tav, hanno sempre rappresentato un’eco con cui bisognava fare i conti. Guardavamo quelle grandi manifestazioni, quelle fiumane di gente, il pensionato accanto all’attivista dei centri sociali, uniti e determinati, e pensavamo che in quelle valli, per una volta, si stesse finalmente vincendo; che potesse esistere davvero una strada per proteggersi dagli assalti da quelle “cieche e implacabili logiche” che devastano i territori, e che quella strada fosse efficace.

Era un’eco che necessariamente si scontrava con i contesti in cui molti di noi vivono. Contesti in cui quelle condizioni che hanno permesso al movimento No Tav di crescere sono nascoste nel terreno come semi, in attesa di un germogliare che non è per niente assicurato. “No Tav” diventò un termine con un’aura tanto mitica quanto problematica, un modello di riferimento verso cui tendere, la prova lampante di una possibilità, ma anche una dimensione di estraneità dal nostro quotidiano che andava direttamente a interrogare il perché a parità di problemi e di intenzioni, non si riusciva a costruire niente di paragonabile a quell’opposizione, mettendo chiaramente a nudo i nostri limiti e le nostre contraddizioni.

“Quello che la valle aveva era un patrimonio di storia e storie riattivate dalla lotta, un rapporto tra presente e passato che poteva servire da ispirazione, ma solo se ciascuna realtà avesse riscoperto il proprio passato, fatto riemergere le contraddizioni sepolte che continuavano a smuovere il terreno sotto i piedi, fatto leva sulle peculiarità storiche, geografiche e sociali del proprio ambiente. La forza del movimento valsusino sta proprio in quel far leva.” (pg. 250)

Nelle seicento pagine di “Un viaggio che non promettiamo breve” quelle storie vengono ricercate, dissotterrate, legate le une alle altre in un vortice contrappuntistico che disegna in fieri quello che il movimento No Tav è stato ed ha fatto. Partigiani, operai ottocenteschi, eretici medioevali, nonviolenti, cattolici di base, personaggi storici o mitici, tutti costituiscono i fili della trama da cui, a forza di tessere, il “disegno” No Tav è sorto, e che a sua volta diventa tessitore in questi venticinque anni. E i tanti fili che il movimento aggiunge alla trama originaria ci parlano di come sia stato possibile opporsi all’ennesimo scempio calato dall’alto creando comunità, riannodando i fili della condivisione, opponendo all’ottuso scadenzario da razionalità burocratica il tempo vivo e non inscatolabile della creazione di relazioni egualitarie, quell’abitare la rottura di cui parla l’autore. Non è stato solo un dire “no” a un buco tra le montagne. È stato incarnare le ragioni per cui un buco nelle montagne non serve a nulla, se non a chi quella rottura vuole ricolmarla con le incasellature dei nostri tempi e delle nostre vite in un qualcosa di più facilmente sfruttabile per i propri interessi. I fili che Wu Ming 1 ha riannodato così chiaramente sulla carta, sono quei fili che il movimento ha riannodato nelle pratiche e nelle lotte.

E se c’è da sottolineare uno solo degli insegnamenti che l’esperienza della valle ci ha lasciato, probabilmente è proprio questo, e rappresenta la risposta a quel senso di estraneità di cui accennavamo all’inizio: la necessità del lavoro di tessitura, di smuovere il terreno sotto i piedi e scoprire connessioni sepolte, riappropriarsi di tempo e di una socialità che non sia solo merce. La necessità di costruire comunità che con la loro stessa esistenza dimostrino l’incompatibilità fondamentale tra il vivere tra pari e una colata di cemento a fare da piedistallo ai profitti altrui.

Francesco Caputo


“Un viaggio che non promettiamo breve – Venticinque anni di lotte No Tav” di Wu Ming 1
2016, Giulio Einaudi Editore

Sabato 7 Ottobre a Barletta si terrà una presentazione del libro in compagnia dell’autore Wu Ming 1.
L’appuntamento è alle ore 20.30 al Punto Einaudi di Barletta

Evento FB: https://www.facebook.com/events/155476448371744/

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