La chiusura della Timac è un epilogo scontato

In passato siamo stati facili profeti nell’affermare che sul disastro ambientale che incombe sulla città di Barletta e che vede tra i principali responsabili aziende come Timac e Buzzi Unicem, in assenza della politica, sarebbe stata la magistratura a mettere la parola fine su queste vicende.
Infatti dopo il processo iniziato nel gennaio scorso nei confronti della Buzzi Unicem e il sequestro con facoltà d’uso della Timac, un’altra tegola si abbatte sull’azienda di fertilizzanti; la magistratura ha decretato dal primo maggio il sequestro senza facoltà d’uso(in poche parole la chiusura immediata dell’azienda)dello stabilimento.
Le motivazioni di questo provvedimento sono state giustificate dalla mancata realizzazione delle opere di bonifica da parte della multinazionale. L’azione della magistratura può sembrare un fulmine a ciel sereno ma invece era abbastanza prevedibile visto che gli unici interventi realizzati dall’azienda erano quelli di messa in sicurezza e non certo di bonifica.
Sono ormai 10 anni che denunciamo l’impossibilità da parte del nostro territorio di poter reggere il peso di un processo di stratificazione di crisi ambientali dovute alla presenza nel tessuto urbano di aziende come Timac e Buzzi Unicem. Più volte abbiamo posto al centro dell’agenda politica la necessità di trovare una via d’uscita ad una situazione che non poteva certo durare in eterno.
Ma la classe politica come al solito ha deciso di girarsi dall’altra parte, cercando in tutti i modi di minimizzare e di nascondere il problema, demandando alla magistratura il compito di sbrogliare la matassa. Anzi, arrivando addirittura in Consiglio Comunale durante la discussione sulla proposta di monitoraggio ambientale a non nominare le multinazionali coinvolte in procedimenti giudiziari.
Questo epilogo piomba nel pieno di una campagna elettorale per l’elezione del nuovo Sindaco, dove i contendenti alla carica di primo cittadino sono personaggi che sono stati o sono seduti in Consiglio Comunale da anni e che su queste vicende non hanno mai fatto nulla. Oggi questi soggetti resteranno in silenzio o peggio ancora cercheranno di fare promesse che poi non potranno mantenere.
Purtroppo con l’intervento di sequestro senza facoltà d’uso chi paga il conto salato sono i lavoratori che rischiano concretamente, non certo per colpa loro, di perdere il posto di lavoro. E su questo aspetto, che con scontata puntualità, che ci aspettiamo che l’azienda proverà a giocarsi la partita. In particolare sul binomio ricatto-lavoro, in cui i lavoratori, prime vittime di scelte scellerate in nome del profitto, si apprestano a dover essere gli unici a pagare per questo scempio causato da altri. E nell’esprimere la nostra solidarietà per il loro immediato futuro vorremmo anche metterli in guardia da ogni tentativo di sciacallaggio sulla loro pelle ad opera delle istituzioni e dell’azienda (primi responsabili della loro condizione) che, prevedibilmente, giocheranno sulla guerra tra poveri cercando di metterli contro la cittadinanza e tutti coloro che in questi anni hanno messo in luce le criticità ambientali di questo territorio. La soluzione andava e va trovata non certo nella difesa di attività industriali che,così come sono,non hanno uno straccio di futuro, ma nella salvaguardia e nella riconversione dei lavoratori. A partire proprio dalle azioni di messa in sicurezza e di bonifica di un territorio che sconta anni di sfruttamento e abbandono.
Oppure nella nostra proposta di realizzazione della strategia rifiuti zero(approvata dal Consiglio Comunale e mai attuata) per creare nel nostro territorio una filiera del riuso e del recupero che possa creare occupazione di qualità e riassorbire i lavoratori di queste aziende. Le soluzioni per uscire da questa crisi ci sono, quello che manca nella nostra città è una classe politica degna di questo nome.

 

Collettivo Exit

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