Report sui crimini di guerra dello stato turco a Afrin

Ecco di seguito la traduzione ad opera di un nostro compagno del report sui crimini di guerra turchi a Afrin.
Qui il testo originale: https://anfenglishmobile.com/features/report-on-turkish-state-s-war-crimes-in-afrin-24742

Report sui crimini di guerra dello stato turco a Afrin.
Oltre che per tutte le violazioni della legge internazionale da parte dello stato turco, le altre nazioni
dovrebbero intervenire per fermare le operazioni militari turche a Afrin, che hanno raggiunto il
livello dei crimini di guerra.
L’autorità per le relazioni internazionali e il comitato di organizzazione della documentazione e dei
file del Confederalismo Democratico del Rojava-Nord della Siria hanno rilasciato un report
dettagliato a proposito dell’invasione in corso da parte dello stato turco contro Afrin, cantone della
Siria del nord.
Pubblichiamo il report, intitolato “Crimini di guerra contro l’umanità in flagrante violazione delle
leggi del diritto internazionale”

Introduzione.
4I requisiti di sicurezza dell’ordine pubblico non sono incompatibili con le leggi del diritto
internazionale, che regola le condotte delle operazioni militari e pubbliche. Comunque, queste leggi
non possono essere chiamate in causa per giustificare atti relativi alla sicurezza se i diritti umani e la
sovranità di uno stato vengono violate, specialmente dai paesi confinanti. l’osservanza delle leggi
del diritto internazionale durante i conflitti armati costringe tutti gli stati coinvolti a rispettare queste
leggi per contribuire alla cessazione delle ostilità immotivate.
Comunque, dopo la seconda settimana di combattimenti, gli eventi in corso ad Afrin, nel nord della
Siria, sono una flagrante violazione dei diritti umani e delle leggi umanitarie internazionali, dopo
l’attacco da parte dello stato turco e dei gruppi militanti che lo affiancano. Afrin era l’area più sicura
della Siria. Davanti a questi attacchi ingiusti e indiscriminati, è necessario rispettare le leggi
umanitarie internazionali e proteggere le vittime dei conflitti armati. Le ostilità da parte dello stato
turco sono state esagerate rispetto all’obiettivo dichiarato con l’attacco a civili e infrastrutture come
moschee, o con la distruzione dei siti archeologici e l’uso di armi proibite a livello internazionale.
Ma quindi quali sono le basi legali delle argomentazioni dello stato turco, quando ha dichiarato che
l’attacco a Afrin rispettava le leggi del diritto internazionale?

Principio di non-interferenza negli affari interni degli stati
Alleanze e trattati internazionali obbligano gli stati membri a rispettare le regole del diritto
internazionale. A tal proposito, la Turchia è membro della NATO da più di 60 anni. L’invasione
turca della Siria e la violazione della sovranità dello stato siriano sono questioni che richiedono
l’intervento degli stati interessati al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale per
fermare le ostilità in accordo con il seguente principio:
1. Principio di non interferenza con gli affari interni degli stati.
Gli statuti di tutte le organizzazioni internazionale vietano qualsiasi forma di interferenza con gli
affari interni degli altri stati. Questo principio è collegato ai diritti base degli stati:
-sovranità
-uguaglianza tra gli stati, specialmente in termini di sovranità e possibilità per gli stati di scegliere i
loro sistemi politici, economici e socioculturali
-diritto degli stati a gestire le proprie risorse naturali.
Qualsiasi interferenza menomerebbe la sovranità e l’autorità dello stato sul proprio territorio.
2. Risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU 2131/dicembre 1965
“dichiarazione di inammissibilità dell’intervento negli affari interni degli stati e protezione della
loro indipendenza e sovranità”
“nessuno stato ha il diritto di intervenire, direttamente o indirettamente, per nessuna ragione negli
affari interni o esteri di qualsiasi altro stato. Di conseguenza, interventi armati e tutte le forme di
interferenza o tentativi di minaccia contro le cariche dello stato o contro i suoi elementi politici,
economici e culturali sono condannati.”
“nessuno stato dovrebbe usare o incoraggiare l’uso di misure economiche politiche o di qualsiasi
altra natura per costringere un altro stato per ottenere da esso la subordinazione dell’esercizio della
sua sovranità o per avvantaggiarsi su di esso in qualsiasi maniera.”
come abbiamo affermato, la regola basilare del rispetto per la sovranità e i diritti degli stati è
l’osservanza dei principi e le carte menzionate, che provano come l’occupazione turca sia andata
ben oltre questi principi e abbia interferito con gli affare interni degli stati con motivazioni
inammissibili.

Le motivazioni dello Stato turco per l’invasione di Afrin.
– In una conferenza tenuta nella città di Kilis, Recep Akdag, il vicepresidente, ha dichiarato: “la
Turchia ha lanciato l’operazione Ramo d’Ulivo nel pieno diritto garantito dal diritto internazionale
di proteggere il nostro paese e i vicini da organizzazioni terroristiche come il PYD (Partiya Yekitiya
Demokrat, Partito dell’Unione Democratica, ndt), lo YPG (Yekinyen Parastina Gil, Unità di
Protezione del Popolo, ndt) e Daesh (adattamento dell’acronimo arabo di ISIS, ndt) a Afrin.”
Il vicepresidente turco ha anche annunciato che l’operazione Ramo d’Ulivo è stata lanciata per
garantire sicurezza e stabilità ai confini della Turchia. Nella dichiarazione ha rimarcato che
l’Operazione ha preso piede nel diritto della Turchia di combattere il terrorismo e dell’esercizio del
diritto all’autodifesa, garantito dal diritto internazionale e dalla risoluzione del Consiglio di
Sicurezza ONU, nonché dall’articolo 51 dello statuto delle Nazioni Unite.
Comunque, la violazione turca dei confini siriani ha avuto inizio già nei primi mesi della
rivoluzione siriana attraverso il supporto ai membri dell’organizzazione terrorista Daesh e
l’autorizzazione a entrare in Siria attraverso la Turchia, nonché con l’aggressione a civili innocenti
che tentavano di trovare rifugio a Afrin.
L’affermazione dello stato turco secondo la quale a Afrin ci sia la presenza di Daesh è
semplicemente falsa. Afrin è sempre stata protetta dalle Unità di Difesa del Popolo (YPG), dalle
Unità di Difesa delle Donne (YPJ), dagli Asayish (polizia curda) e dalle Forze Siriane
Democratiche (SDF), che hanno collettivamente giocato un ruolo centrale nella battaglia contro
Daesh e altri gruppi terroristici. Perciò, accusare di terrorismo queste forze per giustificare
l’invasione turca di Afrin è illegale.
-L’articolo 51 dello statuto ONU dice: “nulla nel presente statuto può impedire il diritto
fondamentale all’autodifesa individuale o collettiva in caso di attacco armato contro un membro
delle Nazioni Unite, finché il Consiglio di Sicurezza non avrà disposto le misure necessarie per
mantenere la pace e la sicurezza internazionali.”
Questo articolo non giustifica in alcuna maniera l’invasione turca di Afrin, e la conseguente messa
in pericolo delle vite di civili innocenti. La Turchia non è stata attaccata delle forze locali di Afrin,
ma al contrario, Afrin e i villaggi del cantone sono stati bombardati dall’esercito turco già prima
dell’inizio della cosiddetta operazione “Ramo d’Ulivo”.

L’occupazione turca attacca i civili a Afrin.
-Il diritto umanitario internazionale è legato alla protezione dei combattenti. Impone agli stati
belligeranti una serie di obblighi, la prima, la seconda e la terza convenzione di Ginevra impongono
delle restrizioni alla condotta delle parti belligeranti durante lo svolgimento delle operazioni
militari. La quarta convenzione di Ginevra e i suoi Protocolli Aggiuntivi proteggono anche i civili e
le loro proprietà, come proprietà pubbliche (scuole, università, ospedali, luoghi di culto, ponti,
fattorie, fabbriche ecc.)

Questi principi sono basati su:
-La distinzione tra obiettivi militari e civili. L’articolo 48 del Protocollo 1 del 1977 dichiara: “Allo
scopo di assicurare il rispetto e la protezione della popolazione civile e dei beni di carattere civile, le
Parti in conflitto dovranno fare, in ogni momento, distinzione fra la popolazione civile e i
combattenti, nonché fra i beni di carattere civile e gli obiettivi militari, e, di conseguenza, dirigere le
operazioni soltanto contro obiettivi militari.”
Il diritto umanitario internazionale ha disposto protezioni generali e speciali per i beni civili, come è
evidente nella quarta convenzione di Ginevra del 1949, nei protocolli 1 e 2 del 1977 e nella
convenzione dell’Aia del 1954, relativa alla protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato.
A proposito della protezione generale, l’articolo 25 dei regolamenti dell’Aia riguardo le leggi e le
norme di guerra via terra del 1907, dichiara:
“l’attacco o il bombardamento, con qualsiasi mezzo, di città, villaggi, abitazioni o costruzioni non
difese è proibito.”
Circa la protezione speciale, l’articolo 25 dei regolamenti dell’Aia sulla guerra via aria del 1925
dispone:
“Nei bombardamenti aerei, devono essere prese dal comando tutte le precauzioni necessarie per
risparmiare il più possibile edifici dedicati al culto, all’arte, alla scienza o a utilizzi umanitari,
monumenti storici… protegge allo stesso modo edifici, oggetto o luoghi che non sono utilizzati per
scopi militari.”
-obiettivi e materiali indispensabili per la sopravvivenza della popolazione civile
-Monumenti di rilevanza culturale e luoghi di culto
-Cantieri e impianti contenenti materiali pericolosi.
-protezione dell’ambiente naturale.
Basandoci su quanto detto sino ad ora, abbiamo elencato trattati e convenzioni internazionali che
proibiscono di attaccare civili e oggetti o materiali indispensabili per la sopravvivenza dei civili,
nonché luoghi culturali e religiosi. Comunque, ad Afrin qualsiasi cosa è diventata possibile per
l’esercito turco, che attacca civili innocenti, inclusi rifugiati e profughi, rimasti vittime delle
politiche di uno stato che supporta il terrorismo sotto gli occhi del mondo intero. Come abbiamo
detto prima, Afrin era il luogo più sicuro della regione.
Le violazioni dell’esercito turco e dei gruppi ad esso associati non prendono di mira solo civili
innocenti e le loro proprietà, ma anche patrimoni storico-culturali dell’umanità mediante
l’aggressione a siti di rilevanza storico culturale. l’obiettivo è l’eliminazione del retaggio culturale
di Afrin e del suo popolo. La convenzione dell’Aja sulla tutela dei beni di interesse culturale in caso
di conflitto armato del 1954 e le clausole dei protocolli 1 e 2 del 1977 stabiliscono chiaramente:
“Senza pregiudizio delle disposizioni della Convenzione dell’Aja del 14 maggio 1954 per la
protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato, e di altri strumenti internazionali
applicabili, è vietato:
a)compiere atti di ostilità diretti contro i monumenti storici, le opere d’arte o i luoghi di culto,
che costituiscono il patrimonio culturale o spirituale dei popoli;
b)utilizzare detti beni in appoggio allo sforzo militare;
c)fare di detti beni l’oggetto di rappresaglie.”
La risoluzione 2347 adottata dal consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 24 marzo 2017
condanna la distruzione non autorizzata del patrimonio culturale, siti e artefatti religiosi, e il
contrabbando delle proprietà culturali da parte dei gruppi terroristi durante i conflitti armati,
affermando che questo genere di attacchi costituisce crimine di guerra e come tale vada trattato.
Con riferimento a tutto ciò che è scritto sopra, il bombardamento dei siti archeologici e delle
moschee di Afrin è parte dell’attacco diretto e sistematico dell’esercito turco, attacco che può essere
considerato come atto terroristico in accordo con le leggi del diritto internazionale e con le risoluzioni del consiglio di sicurezza dell’ONU. L’esercito turco ha distrutto gran parte del tempio
di Ain Dara, in piedi da migliaia di anni (12mila secondo alcuni esperti). In più, l’esercito turco ha
preso di mira la moschea di Salah Al Din e il cimitero di Jindiris.
L’esercito turco di occupazione dichiara che la sua operazione è basata sulle regole e le disposizioni
del diritto internazionale, con il pretesto di combattere il terrorismo, mentre usa terroristi nella
battaglia di Afrin.:
è documentato assai dettagliatamente che la Turchia è tra i principali paesi che supportano il
terrorismo, specialmente nelle battaglie che hanno avuto luogo nella città di Kobane nella Siria del
nord e più di recente a Afrin. Ci sono molti documenti che mostrano come molte persone che erano
membri di svariate organizzazioni terroristiche come Daesh e Al Nusra (costola siriana di Al Qaeda,
ndt) stiano al momento combattendo a Afrin. Come può uno stato dichiarare di star combattendo il
terrorismo, mentre usa terroristi nei suoi attacchi per minare l’arbitrio del popolo Curdo e del
popolo Siriano?

Informazioni circa elementi di Daesh, che sono al momento membri dei gruppi all’interno della 
campagna Scudo dell’Eufrate.
1. Anwar Ibrahim Al Jabo, 1976, del villaggio di Al Beshririya vicino la città di Terbah Sepi.
Lavorava come camionista finché non è entrato in Daesh. Nel 2015 è andato in Turchia ed è ora
membro del sedicente Free Syrian Army (i “ribelli moderati” citati di tanto in tanto dalla stampa, da
non confondere con le SDF).
2. Ismail Firas Al Abar, dal villaggio di Sabikhan nel distretto di Deir ez Zor. Ha 35 anni ed è stato
comandante militare di Daesh per due anni. È scappato di prigione ed è andato in Turchia, dove è
rimasto per un annp. È attualmente a capo di un battaglione dell’operazione Scudo dell’Eufrate.
3. Basel Nayef Al Shehab, soprannominato Abu Zeid Al Ta’ai, originario del villaggio di Qortoba
vicino Tel Hamis. Inizialmente stava con Al Nusra e più tardi è entrato in Daesh. Ha combattuto
contro le YPG a Kobane. Ha partecipato anche alle battaglie di Manbij e lì è stato ferito. È stato
portato in un ospedale a Mosul. Un mese dopo è scappato nelle campagne a nord di Aleppo e si è
stabilito nell’area di Al Bab (zona a nord di Aleppo che fa parte della zona d’influenza turca, ndt).
Basel è attualmente un leader di fazione all’interno della Sultan Murad Brigade (organizzazione
identitaria turcomanna legata ad Ahrar al-Sham, formazione salafita, ndt)
4. Abdul Qader Al Sawyj del villaggio di Al Saba’a Al Arbeen vicino la città di Al Shadadi. È stato
membro di Daesh, e attualmente è assistente del comandante della Al Hasaka Shield Brigade, legata
all’esercito turco.
5. Ammar Abdul Aziz Al Abbas, dal villaggio di Hermoushiyeh vicino Deir ez Zor. È stato membro
di Daesh con il nome di Abu Hamza. È attualmente un combattente della fazione Tja’ama Al
Sarqiya a Idlib e si fa chiamare Al Battar.
6. Ammar Musa Al Hammadi, dal villaggio di Al Qairwan vicino la città di Darbasiyeh. È stato
membro di Daesh a Raqqa, ed partecipa a Scudo dell’Eufrate a Jarablus.
7.Khalil Ahmed Nuri, dal villaggio di Al Arisha. È stato membro del cosiddetto Free Syrian Army
ad Al Arisha e più tardi di Al Nusra. È entrato in Daesh e ha combattuto a Al Shadadi. È stato a Al
Myadin e ha partecipato all’attacco a Abu Khashab (distretto di Deir ez Zor). Ha disertato da Daesh
ed è attualmente membro della campagna Scudo dell’Eufrate.
8. Mehran Khalaf Al Sufi: ha lavorato all’interno di tutte le fazioni. È entrato in Daesh e
supervisionava un gruppo di terroristi tunisini e algerini, che ha aiutato a entrare in Iraq. Ha lasciato
Daesh e al momento lavora all’interno della campagna Scudo dell’Eufrate come agente di sicurezza.
9. Hamad Abdullah, dal villaggio di Samihan vicino Tel Barak. Nato nel 1995 e ex membro di Al
Nusra. È entrato successivamente in Daesh a Al Shadadi, si è successivamente recato in Turchia ed
è entrato nella campagna Scudo dell’Eufrate.
10. Saleh Shehadeh, nato nel 1986 a Al Qanayya, ovest di Kobane. È entrato in Daesh e ha
partecipato alla battaglia di Kobane. Poi è scappato a Jarablus, rimanendo membro di Daesh.
Successivamente è entrato nella campagna Scudo dell’Eufrate a Jarablus.
11. Thamer Nawad Al Khalloufi (conosciuto come Abu Abbas) da Tel Hamis. Inizialmente era un
membro del cosiddetto Free Syrian Army nella sua città. Quando Daesh ha preso il controllo di Tel
Hamis, Thamer ha giurato fedeltà a Daesh, partecipando a molte delle loro battaglie. Dopo la
liberazione di Tel Hamis, è scappato in Turchia, entrando nel gruppo Ajnad Al Hassaka (affiliato a
FSA, ndt). In seguito è diventato un membro importante del gruppo, con il reclutamento di nuovi
giovani per la campagna Scudo dell’Eufrate.
12. Mohammed Mahmoud Al Jassim, nato nel 1986 nel villaggio di Dikan, vicino Sarin.
Inizialmente è entrato in Daesh rimanendo a Sarin. In seguito alla sua liberazione è scappato a
Jarablus ed è entrato nella campagna Scudo dell’Eufrate. Attualmente è agente di sicurezza e
responsabile del reclutamento di giovani per la Campagna. Suo fratello, Ahmed, era membro di
Daesh e recentemente è scappato a Jarablus.
13. Hamad Al Salama, proveniente dal villaggio di Al Shayokh Tahthani (distretto di Idlib, ndt). È
entrato in Daesh e ha combattuto diverse battaglie. In seguito è entrato nella campagna Scudo
dell’Eufrate. Attualmente è un funzionario di sicurezza a Jarablus e lavora a stretto contatto con
l’Intelligence turca.
14. Ahmed Ayoub Al Hesso, dal villaggio di Raheea. Membro del cosiddetto FSA e in seguito di
Daesh. Attualmente è un funzionario della campagna Scudo dell’Eufrate in Turchia.
15. Shawkat Khoja Sama’awi, dal villaggio di Shayoukh. 50 anni. È stato un ufficiale all’interno di
Daesh e ha partecipato alla battaglia di Kobane. Attualmente è leader di una delle fazioni della
campagna Scudo dell’Eufrate.
16. Bssel Hamoud Al Yassin Al Shaykhan, dal villaggio di Al Jalaa (10 km da Raqqa). Ha lavorato
con Daesh come agente di sicurezza, insieme ai fratelli Yassin Hamoud Al Yassin e Bashar Hamoud
Al Yassin. Tutti e tre sono a Jarablus e lavorano nella campagna Scudo dell’Eufrate.
17.Nomi di persone che hanno raggiunto Daesh a Tel Hamis e in seguito sono entrate a far parte
della campagna Scudo dell’Eufrate:
-Mohamed Amin Asyod, nato nel 1975 a Balqish Saghyra
-Ahmed Amin Asyod, 1983, ibidem
-Amer Sulaiman Al Abdullah, 1981 a Hanwa Kabeer nel distretto di Tel Hamis (governatorato di al
Hasakah)
-Adnan Sulaiman Al Salem, 1983, ibidem
-Ismail Saleh Al Faihan, 1985, ibidem
-Thamer Nawaf Al Dahas, 1987. Nato a Kuhaif, distretto di Tel Hamis
-Nawaf Khalaf Al Dahas, 1959, ibidem
-Majhem Nawaf Al Dahas, 1983, ibidem
-Melhem Nawaf Al Dahas, 19985, ibidem
18. Mustafa Mohammed Qaddour e Salman Mohammed Qaddour: entrambi hanno fatto parte di
Daesh per un breve periodo. In seguito sono scappati in Turchia e si sono uniti alla campagna Scudo
dell’Eufrate.
19. Shaddad Abboud Al Akla: soprannominato Abu Yarub, 32 anni. All’inizio della rivoluzione,
Shaddad era uno dei più importanti attivisti nel distretto di Ghoraya. Ha partecipato alle battaglie di
Sri Kaneh (anche Ras al Ayn, governatorato di al Hasakah, ndt). Aveva due fratelli (Abu Assad e
Abu Majed) entrambi morti nelle battaglie di Sri Kaneh. Ha in seguito raggiunto Daesh a al
Mayadin (distretto di Deir ez Zor). Ha poi disertato Daesh per entrare nella campagna Scudo
dell’Eufrate.
20. Hussain Ahmed Dakhlmi (Abu Jareih) dal villaggio di Qasabin (vicino Aleppo). Ex membro di
Daesh, attualmente fa parte di Scudo dell’Eufrate.
21. Mohamed Yasin Zaeer, da Al Bab (vicino Aleppo). Ha un figlio chiamato Shadi ed è agente di
polizia militare nella campagna Scudo dell’Eufrate. È anche coordinatore tra Scudo dell’Eufrate e
l’Intelligence Turca. È attualmente coinvolto nell’attacco a Afrin. Ha due fratelli, Ward e Fahed,
entrambi membri di Daesh.
Tutti questi nomi provano il coinvolgimento dell’esercito d’occupazione turco nel supporto al
terrorismo, direttamente o indirettamente.

La Turchia è un Membro della NATO.
L’esercito di occupazione turco dichiara che vuole combattere il terrorismo, liberare i civili e
rimpatriare i profughi. Il mondo sa che quelli che la Turchia sta combattendo hanno avuto il ruolo
principale nella sconfitta del terrorismo in Medio Oriente. In aggiunta all’attacco contro civili
innocenti e alla distruzione del patrimonio culturale, l’esercito turco ha anche attaccato svariate
infrastrutture a Afrin, incluse dighe e fattorie. Questi attacchi costituiscono una gravissima
violazione del diritto internazionale. Come può un membro della NATO condurre questo genere di
attacchi, considerati più pericolosi degli attacchi terroristici? Queste violazioni sono il comune
denominatore tra Daesh e l’esercito turco.
La NATO, nella sua carta costituente, introduce così
“Le Parti del presente Trattato, riaffermarmando la propia fede negli scopi e nei principi della Carta
delle Nazioni Unite, ed il desiderio di vivere in pace con tutti i popoli e con tutti i governi, decisi a
salvaguardare la libertà dei propri popoli, il proprio retaggio comune e la propria civiltà, fondati sui
principi della democrazia, sulle libertà individuali e sul predominio del diritto…”
L’articolo 1 stabilisce:
“Le Parti si impegnano, in ottemperanza alla Carta delle Nazioni Unite, a comporre con mezzi
pacifici qualsiasi controversia internazionale nella quale possano essere implicate, in modo da non
mettere in pericolo la pace, la sicurezza e la giustizia internazionali, e ad astenersi nei loro rapporti
internazionali dal ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza in modo incompatibile con gli
scopi delle Nazioni Unite.”
In ogni caso, il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg, sostiene che la Turchia ha “il
diritto di difendersi, ma deve farlo in maniera proporzionata e misurata.”
Oltre a tutte le violazioni del diritto internazionale da parte dello stato turco, i paesi NATO
deovrebbero intervenire per fermare le operazioni militari turche a Afrin, che hanno raggiunto il
livello di crimini di guerra.
L’articolo 8 dello statuto internazionale della corte criminale, rilasciato a Roma il 17 luglio 1998,
stabilisce che “crimine di guerra” significa:
1) grave violazione della convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949, di fatto, qualsiasi atto contro
persone o proprietà protette dalle disposizioni della convenzione:
-distruzione estensiva e appropriazione di proprietà, non giustificati da necessità militari e portati
via illegalmente e indiscriminatamente.
2) altre importanti violazioni delle leggi e delle disposizioni applicabili nei conflitti armati
internazionali, all’interno dell’impianto legislativo del diritto internazionale:
-attacchi intenzionalmente diretti verso la popolazione civile o contro civili che non prendono
direttamente parte alle ostilità
.attacchi intenzionalmente diretti contro patrimonio civile, o comunque non militare.
-attacco o bombardamento attraverso qualsiasi mezzi di città, villaggi, abitazioni o edifici che sono
indifiesi e non sono obiettivi militari.
-attacchi intenzionalmente diretti contro edifici deidcati alla religione, alla formazione, all’arte, alla
scienza o a propositi umanitari, monumenti storici, ospedali e luoghi dove malati e feriti sono
radunati, a patto che non siano obiettivi militari.
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