Sull’aggressione militare turca alla rivoluzione del Rojava

Con l’inizio dell’operazione militare denominata “ramoscello d’ulivo” la Turchia ha sferrato, nei giorni scorsi, un duro attacco contro il Rojava, nel cantone di Afrin. L’invasione del Rojava era già iniziata nel corso del 2016 quando, con l’inizio dell’operazione “scudo dell’Eufrate”, l’esercito turco interrompeva il progetto di connessione dei tre cantoni del Rojava portato avanti dalle SDF. In quella fase Daesh di fatto consegnò Al Bab ed i territori circostanti all’alleato turco bloccando l’avanzata delle YPG a soli 3 km dalla città. La situazione oggi non è molto diversa, milizie islamiche sostenute e foraggiate dal governo turco cercano da giorni l’invasione via terra del cantone di Afrin sostenute dall’aviazione turca e contrastate dalla resistenza di YPG e YPJ.
La Turchia, secondo esercito NATO, sta attaccando l’unica esperienza politica e sociale in grado di offrire un’alternativa al fondamentalismo ed alle derive autoritarie dei regimi fatta di uomini e donne che nel corso degli ultimi 3 anni hanno combattuto Daesh. Solo nel 2017 sono stati più di mille i martiri (kurdi, arabi, ezidi, occidentali) caduti per la liberazione di Tabqa e Raqqa nell’operazione “rabbia dell’Eufrate” e di tutta la zona di Deir Ez Zor ad est dell’Eufrate nell’operazione “tempesta di Cizre”. L’aggressione turca avviene nell’indifferenza della cosiddetta “comunità internazionale” e degli stessi stati che poi dispensano accuse di terrorismo ai combattenti internazionali che hanno scelto di arruolarsi nelle YPG/YPJ. In questa circostanza appare evidente il doppiogiochismo di Russia e Stati Uniti che hanno confermato il loro vero ruolo all’interno della guerra civile siriana. Nel corso del 2017 l’avanzata delle SDF verso sud è stata imponente ed ha portato alla definitiva sconfitta militare di Daesh. Sempre nel corso del 2017 le due superpotenze hanno scelto di tenere sotto controllo i deliri totalitari dei regimi turco e siriano e delle rispettive frange jihadiste da loro supportate. Più volte la Turchia ha preannunciato l’invasione di Afrin che non è mai andata oltre le provocazioni a causa di una “safety zone” istituita dalla Russia che nel cantone di Afrin ha una sua base militare. Dinamiche simili si erano verificate nel resto del Rojava ma questa volta con protagoniste alcune basi U.S.A. A partire dalla liberazione di Raqqa le cose sono via via cambiate. Gli U.S.A. hanno iniziato lentamente il ritiro delle loro truppe e nel corso dei mesi, in prossimità della cancellazione di Daesh il ruolo di mediazione di americani è russi è andato scomparendo. Il motivo del supporto (al contrario di ciò che certa sinistra rosso bruna andava sbraitando) alle YPG/SDF era soprattutto legato alla sconfitta di Daesh. Più volte, infatti, l’operazione per la liberazione di Raqqa era stata messa in stand by dai comandanti kurdi come protesta contro le incursioni dell’esercito turco in Rojava e gli “accidentali” bombardamenti del regime siriano a Deir Ez Zor. Sconfitto Daesh l’alleanza tattica è naturalmente venuta meno. Alla fine della scorsa settimana la Turchia ha iniziato a bombardare il cantone di Afrin grazie alla gentile concessione dello spazio aereo della Russia che intanto ha abbandonato la sua base militare nel cantone. Il regime di Assad, dopo un’iniziale minaccia di forte risposta in caso di attacchi aerei in territorio siriano, si è accomodato come probabilmente suggerito dal padrone russo. Gli Stati Uniti, invece, si sono defilati motivando il loro immobilismo con il fatto che quella di Afrin non fa parte della loro “area di influenza”, come se le bombe degli aerei turchi e le armi NATO consegnate dalla Turchia nella mani degli jihadisti non fossero affar loro. Il disegno è abbastanza chiaro, tutti sono d’accordo col mettere fine ad un processo rivoluzionario che costituisce l’unica alternativa per un medio oriente realmente democratico. Il progetto confederale e l’autonomia democratica sono una minaccia tanto per i regimi turco e siriano quanto per le fantomatiche coalizioni internazionali. Le ripercussioni di un sistema basato su una società antisessista che fa della lotta al patriarcato uno strumento di lotta al capitalismo potrebbero non riguardare il nord della Siria, ma anche parte dell’occidente. Il rispetto e la tutela di tutte le minoranze etniche e religiose è in netta contraddizione con l’innalzamento di muri e frontiere in tutto il mondo “civilizzato”. Il sistema di autogoverno delle comunità appare una risposta molto più concreta delle democratiche leggi securitarie ed il concetto di autodifesa, pilastro fondamentale dell’autonomia democratica, toglie ogni legittimità ad ogni proclamazione di “stato d’emergenza”.
Alle pesanti responsabilità della “comunità internazionale” si aggiunge la complicità di un’opinione pubblica silente che dopo la liberazione di Raqqa ha dimenticato ciò che succede in Siria. Gli stessi eroi da celebrare con foto da copertina lo scorso ottobre oggi sono dimenticati e lasciati morire sotto le bombe turche nell’indifferenza generale.
Per quanto detto, difendere Afrin e la rivoluzione del Rojava non è solo un atto di solidarietà verso il movimento kurdo, ma un dovere verso tutta l’umanità. #handsoffafrin #defendafrin

È per questo che è importante partecipare al presidio solidale che si svolgerà a Bari venerdì 26 novembre a partire dalle 18.00 in Piazza del Ferrarese (link all’evento fb: https://www.facebook.com/events/342161562929584/ ) e rinnoviamo l’invito alla partecipazione alla manifestazione di sabato 17 febbraio a Roma a sostegno della rivoluzione del Rojava e per la liberazione di Ocalan.

 

Collettivo Exit

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