Una chiacchierata/intervista con Heval Gelhat

Marco, nome di battaglia Gelhat Drakon, è uno studente italiano di storia, ha 23 anni ed è recentemente rientrato da Afrin dove ha preso parte alla resistenza contro l’invasione turca e delle bande di jihadisti sue alleate. Avevamo già conosciuto Gelhat in Rojava a dicembre e durante la resistenza di Afrin ci sentivamo spesso per aggiornamenti quotidiani sulla situazione al fronte e sull’emergenza umanitaria. Quella che segue è una breve chiacchierata che, partendo dalla sua esperienza, descrive un po’ lo scenario rivoluzionario della Siria del Nord e quello che è successo con l’invasione turca del Rojava.

Heval Gelhat, vorrei aprire questa chiacchierata parlando delle ragioni che ti hanno spinto ad andare in Rojava e successivamente a prendere parte alla resistenza di Afrin. Troppo spesso, in passato, ci si è soffermati sulla descrizione della figura del combattente in quanto tale e troppo poco si è parlato e si parla del contesto in cui matura e si evolve la scelta di combattere. Credo che, in particolar modo in Rojava, questo contesto sia molto importante…

Del resto cosa ci possiamo aspettare da un sistema che predilige la copertina alla storia… Personalmente, posso dirti banalmente senza annoiare il lettore con mie noiose storie personali che l’ “engagement” per la causa curda è stato frutto di incontri, letture, dubbi; ma pur sempre come filo rosso che quasi mi stritolava, l’utopistica e romantica sensazione che la rivoluzione del Rojava potesse essere una crepa in questo egemonico e autodistruttivo gazpacho globale. Con un pizzico di quell’oscuro salto nel buio della pazzia che tutti noi nichilisti internazionali compiamo per partire.

Tu sei stato con le YPG su due diversi fronti della rivoluzione confederale: quello di Deir Ez Zor, prima, e quello di Afrin dopo l’invasione turca del 20 gennaio. Si dice spesso, a torto, che i kurdi combattano per la loro indipendenza, ma il fatto di essersi spinti fino al governatorato di Deir Ez Zor (a maggioranza araba) ci fa capire quanto la rivoluzione confederale sia una battaglia per la libertà di tutti i popoli. A partire da questo vorrei che ci parlassi di questa nuova società basata sulla coesistenza tra diversi gruppi etnici e religiosi.

Uniti nella diversità. Tenendo a contesto che stiamo parlando di medioriente, la portata rivoluzionaria di un’idea di confederalismo che raggruppi diversi gruppi etnici e religiosi potrebbe essere un grandissimo spartiacque nella storia; bisogna far conto però degli altri attori in gioco… Il sentiero è lungo e tortuoso: mancano le infrastrutture, il fondamentalismo islamico permea per bene ancora la società e la zona è una grande polveriera instabile. L’incognita è sempre: quali saranno i futuri assetti geopolitici della Siria? E che ruolo svolgeranno i due giganti della guerra fredda?

Parliamo di Afrin. Il 20 gennaio è iniziata un’operazione militare denominata “ramoscello d’ulivo” con la quale l’esercito turco, secondo esercito NATO, ha invaso il cantone di Afrin spalleggiato da milizie jihadiste sue alleate. Potresti fare il quadro della situazione spiegando le forze in campo e, soprattutto, il sostegno della Turchia a milizie legate ad Al Nusra e ciò che resta di Daesh?

Se ci pensi sono stati anche creativi a chiamarla “ramoscello d’ulivo” questi portatori di pace…  Ripeto sempre che il nervo principale e la composizione delle armate “turche” era essenzialmente FSA, questo non toglie che fossero dispiegati in altri fronti anche i regolari; io però dalla mia esperienza ho avuto modo di vedere solo milizie jihadiste. All’interno delle cosidette FSA troviamo una variegata diversità: da Ahrar Al- Sham ai nazionalisti turchi dei “lupi grigi”, tutti bene o male sotto l’ala ideologica del sunnismo radicale e accomunati dall’odio verso i curdi. Questi, sebbene finanziati e manipolati dalla Turchia, si rivelano essere, a mio parere, dei cani sciolti, che potrebbero essere una futura sorpresa nello scenario internazionale e un fattore destabilizzante per la Siria.

In più occasioni si è provato a denunciare l’utilizzo di armamenti italiani nel corso di questa guerra…

Non mi sorprende. Accade per lo Yemen ed è successo per altri scenari nel passato. Oltre ad interessi puramente statali che possiamo pure accantonare, qua stiamo parlando di affari economici che trascendono ogni dolore e briciolo di umanità per l’ottenimento di denaro. Il grande capitale globale non guarda in faccia nessuno… si può parlare di Italia come di tanti altri paesi. La denuncia, per ora, colpisce il Re ma non lo spoglia dei suoi gingilli d’oro.

L’offensiva turca e delle sue bande jihadiste ha avuto enormi difficoltà nell’avanzata via terra ed ha perciò deciso di concentrarsi su attacchi aerei, spesso con armi chimiche, su obbiettivi civili. Quello che ci è parso di vedere, però, è che non si trattava di attacchi indiscriminati che finivano con il colpire i civili ma di una scelta oculata.

La parola più azzeccata che mi salta in testa è il “terrore”, quella atavica sensazione di impossibilità a reagire razionalmente agli eventi. Posso dirti che gli obiettivi strategici turchi erano estremamente oculati da un punto di vista militare: hanno sempre cercato di bombardare dalle prime fasi iniziali luoghi limitrofi ai grandi centri per condizionare e terrorizzare gli animi, come gli ospedali; poi sono passati al tempio di Ain Dara che non aveva civili nelle vicinanze ma è stato distrutto in ogni caso. Quest’ultimo, oltre ad essere un grandissimo crimine culturale e umano, è la distruzione materiale e spirituale di un crogiolo di popoli che hanno vissuto nelle zone di Afrin da più di duemila anni. E’ la peggiore espressione di wahabismo alla quale ho assistito…

Parlaci della vita al fronte, per spiegare il senso della rivoluzione, per far capire il contesto rivoluzionario di cui intendiamo raccontare. Lì si vive con poco e spesso in condizioni molto precarie ma è in queste condizioni difficili che vengono fuori quei legami di empatia e quella solidarietà che distinguono una rivoluzione da una guerra imperialista.

Al fronte si cantava. Nonostante le difficoltà, i dolori, le paure e le mancanze ci sentivamo intimamente e profondamente umani. Alla base delle vita c’è la condivisione: si condivideva tutto dal pezzo di pane al bicchiere di çay, ogni momento della giornata era scandito da un grandissimo senso di legame e appartenenza alle creature che ti stavano affianco. Dagli occhi dei curdi comprendevi la grande sofferenza di un popolo ma anche la grande forza di volontà che vuole spingere per cambiare lo status delle cose.

Uno dei pilastri fondamentali della rivoluzione del Rojava è il protagonismo delle donne all’interno della società e nella resistenza. Raccontaci quello che hai visto della rivoluzione delle donne.

Questa è la rivoluzione delle donne! Ti racconto solo un aneddoto: Vedere un gruppo di YPJ varcare i confini di una città araba e assistere alla reazione maschile/femminile degli abitanti è impagabile. La rivoluzione del Rojava ha la stessa portata di un sisma violento all’interno del Medio Oriente . È un grandissimo shock culturale, considerando che la maggioranza della popolazione in Siria è mussulmana e il Corano come nelle altre religioni Abramitiche (Ebraismo, Cristianesimo n.d.r.) offre una lettura dell’argomento che già ben conosciamo…

Ad Afrin abbiamo perso tanti compagni e compagne, alcuni di loro combattenti internazionalisti. Vorrei dedicare un ricordo a loro attraverso i tuoi racconti.

Vorrei condividere un racconto sul bretone Kendal. Ricordo chiaramente i giorni precedenti all’arrivo ad Afrin: noi compagni eravamo in una nocta, affamati e in preda ai pensieri, ad un tratto Kendal si alza in piedi ed esce dalla porta. Era andato a spendere i soldi che gli rimanevano per comprare dolci e frutta per tutti. Arriva con la spesa e si giustifica dicendo: “beh, fanculo le carie, in vita moriremo in ogni caso, che saranno mai dei dolci in più!”
Era un uomo estramamente dolce e sensibile… lo ricordo ancora suonare la sua struggente musica celtica dal telefono. Come il caricabatteria che mi dava sempre perché io ero troppo pigro per prenderlo dallo zaino.

Potresti spiegare perché è importante sostenere la resistenza dei popoli della Siria del Nord e non smettere di denunciare il genocidio in atto ad Afrin?

Cosa ne sarà dei Curdi e non solo, se smettessero e smettessimo di lottare? La nostra lotta non è solamente l’oggi o il domani ma il futuro di popoli oppressi che saranno cancellati dalla memoria collettiva e gettati nell’oblio. Il popolo curdo è ritenuto scomodo perché sta demolendo grazie alle idee di Ocalan un organismo ancorato viscidamente al passato. Il sostegno e la denuncia sono degli strumenti necessari a risvegliare nella coscienza di tanti uomini quel briciolo di umanità che ci è stata completamente derubata e determinare una rotta diversa per questa nave in tempesta.

Cosa porti a casa da questa esperienza di vita?
La speranza.

Serkeftin Heval!
Yan Serkeftin!


Lunedì 9 Aprile avremo la fortuna di ospitare Marco, Heval Gelhat, per due appuntamenti a Barletta:
– ore 8,30 – Liceo Scientifico Carlo Cafiero – Heval Gelhat incontra gli studenti per un dibattito sulla resistenza di Afrin e la rivoluzione confederale del Rojava;
– ore 18,30 – Libreria Einaudi di Barletta – La resistenza di Afrin, i crimini dello stato turco, la complicità della comunità internazionale: incontro pubblico con Heval Gelhat.

Ulteriori info a questo link: https://www.facebook.com/events/2083973008545608/

 

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