Una corrispondenza dal fronte nord di Afrin

Pubblichiamo una corrispondenza dal fronte nord di Afrin. Heval Tekoşer, compagno di Firenze che in questo momento sta combattendo a fianco delle YPG nell’International Freedom Batallion, ci racconta la resistenza di Afrin contro l’invasione turca e ci da un’idea della vita al fronte.

 

Non era mia intenzione scrivere di Afrin, fare propaganda o informazione non rientrava nei miei obbiettivi. I motivi che mi hanno spinto nel nord della Siria sono molteplici e totalmente differenti; non starò qui ad elencarli, vi basti sapere che a mille parole ho sempre preferito I fatti. Tuttavia, le situazioni che ho incontrato credo essere degne di nota, e, spero, potranno essere utili a dare un’idea dell’entità della lotta.
Attendo giorni nel centro di Afrin. Alcuni abitanti ci ospitano e le nostre squadre si danno il cambio continuamente. Quando viene il mio turno non so bene cosa aspettarmi, non è più la lotta porta a porta di Kobane, e il supporto aereo non è più dalla nostra parte come a Raqqa: è uno scontro diverso, contro un nemico molto forte. In quel momento il fronte era aperto in 8-9 punti. Noi andiamo a nord, non so bene dove. Le file di ulivi ci accompagnano lungo tutto il tragitto. Dopo una sosta per cambiare mezzo arriviamo a destinazione.
Il villaggio si trova ai piedi di una grande collina, è notte, ma I segni della guerra sono evidenti sui muri delle case abbandonate. Non è rimasto quasi più nessuno degli abitanti del luogo, solo un pugno di anziani contadini non è scappato, ed ora trasportano munizioni e provviste per aiutare la resistenza. Ci nascondono in una delle case e passiamo la notte con loro. I colpi dei mortai turchi si abbattono sulle abitazioni incessantemente, alcuni talmente vicini da farci sobbalzare. Chiedo al mio caposquadra se non fosse il caso di spegnere la stufa a legna, mi risponde che I colpi provengono dall’altro lato della collina e che vengono sparati per lo più a caso.
“Se siamo molto sfortunati” mi dice, “colpiscono la casa e moriamo”.
Oook. Dormo, e decido di non pensarci.
L’indomani mattina raggiungiamo un’altra casa, conosciamo chi dirige le operazioni e diversi compagni. La mia squadra viene divisa in due: metà su una collina e metà su un’altra.
Ora, le colline di Afrin sfuggono un po’ al nostro concetto di collina, sono più piccole montagne, e quando arriviamo in cima con armi munizioni e tutto il resto sono esausto. Neanche il tempo di tirare il fiato che il nuovo caposquadra mi viene incontro. È un tipo snello, giovane, con il naso adunco ed iI lineamenti tipici dei Curdi. “Tu, sai usare il bixie (mitragliatore grosso e piuttosto pesante)?”L’avrò usato un paio di volte, penso basti. Gli dico di sí. Sorride, fa un cenno con la testa “andiamo!”.
Dopo alcuni minuti di salita arriviamo ad alcune rocce in cima alla collina, dall’altro lato, più in basso, c’è un villaggio occupato dal nemico. FSA, fondamentalmente islamisti salafiti e di Al Nusra che per riciclarsi hanno cambiato nome, diversi combattenti Daesh che non hanno passato il confine si sono uniti a loro. Questi sono gli alleati Turchi: tagliagole.
Ci fermiamo poco prima di prendere posizione, il caposquadra mi guarda e dice “noi non siamo un esercito regolare, siamo guerriglia, colpiamo veloci e poi arretriamo, aspetta di sentire il primo razzo, spara spara spara, ed al secondo ci ritiriamo”. Gli dico che non so in quale punto preciso iI nemici fossero. “Non è importante, spara raffiche qua e là, ci serve a indebolirgli il morale”. Faccio come mi dice. Il fuoco di risposta non tarda ad arrivare, cosí, dopo il secondo razzo, ci ripariamo dietro una grande roccia. Stiamo in attesa, e dopo diversi colpi di mortaio corriamo via.
Passiamo la notte nei cespugli di rovi, la minaccia dei droni è sempre presente e dobbiamo stare molto attenti. Si resta immobili, anche quando I mortai ci cascano accanto. Ne cascano tanti, giorno e notte, e a differenza di quelli del villaggio questi sono diretti proprio a noi. Schegge acuminate di metallo solcano l’aria, sibilano insidiose prima di conficcarsi nel terreno.
Si dorme poco e male: la notte è pericolosa da queste parti. Il nemico ogni tanto effettua qualche sortita, prova ad accerchiarci, e ci va molto vicino. Lo evitiamo per un pelo. “C’è mancato poco che diventavamo tutti Şehid (martiri)” mi dice ridendo il caposquadra.
Restiamo tra le rocce, in una posizione arretrata rispetto alla solita. Un compagno arriva trascinando per le corna una capra, un altro prepara del chai (the nero tipico). Si mangia capra alla brace e si beve chai, si ride, mentre il sole si spegne sui crinali delle colline di Afrin.
Facciamo molte altre azioni tipo la prima; alcune di notte, altre di giorno, e da più punti. Combattiamo bene, il morale del nemico è basso mi dicono. Un giorno in particolare lo colpiamo veramente pesante; abbiamo fatto una ricognizione qualche ora prima e sappiamo quali case colpire. Ci siamo fatti mandare una compagna YPJ, armata di due lanciamissili pesanti, per sistemare un carrarmato al lato del villaggio. Lo centra. È festa grande, riesco a sentire a telefono il mio compagno Curdo che col suo gruppo attaccava in simultanea dall’altra collina, “we hit the enemy many many times!” dice tutto contento in un inglese un po’ stentato.
Dovevamo andare via il giorno seguente, ma visto come procede si decide per un ultimo attacco, la notte, con tutti i vari gruppi che spingono dalle relative colline. “Finiamo questa ed è fatta” mi dice il caposquadra. Ma la sera qualcosa va storto. Forze fresche sono arrivate al villaggio, probabilmente soldati turchi, così si decide di anticipare l’attacco prima di dargli il tempo di essere pronti. La mia squadra è nello stesso punto del mio primo scontro, cerchiamo di prendere posizione ma il nemico ci nota. Non siamo pronti, e comincia a pioverci addosso di tutto: razzi, mortai, raffiche. Due compagni sono poco più in alto, uno lancia missili a tutto spiano. Li seguo. Il bixie s’inceppa, lo sistemo, qualche colpo, s’inceppa di nuovo. Lo lascio, avanzo e inizio a sparare con il kalash. Finisco quattro caricatori, miro ai bagliori delle armi che ci fanno fuoco addosso. Quando mi fermo mi guardo attorno e mi rendo conto di essere completamente solo. Scoprirò in seguito che il caposquadra era stato ferito e gli altri erano arretrati con lui. Mi sento chiamare: è uno dei due compagni più in alto, il compagno al lanciarazzi era stato colpito. Proviamo ad alzarlo, ma siamo entrambi senza forze. Proiettili ed esplosioni continuano a danzarci attorno. “Aspetta qua, vado a cercare aiuto!” mi fa. Così resto lì, gli reggo la testa, gli dico “vietato dormire” che è quello che mi ripeteva le notti che eravamo di guardia assieme. Siamo completamente esposti, è buio, e non ho modo di controllare dove lo hanno preso. Un razzo a pochi metri mi fa partire il timpano del tutto. Passa un quarto d’ora, venti minuti forse, quando il compagno tira l’ultimo respiro.
Ora, per tradizione da queste parti sono molto legati ai corpi dei loro martiri, per me quando uno è morto è morto, e, non vedendo arrivare nessuno, decido di tornare indietro. Vedo degli spari su un’altura a fianco, ma essendo quello uno dei punti dal quale hanno provato ad accerchiarci non sono sicuro siano amici o nemici. Faccio un giro largo, non vedo niente, casco, inciampo, sbatto, mi taglio, ma alla fine raggiungo le rocce più arretrate. Mi sento chiamare, sono alcuni dei miei compagni, siamo tutti a pezzi ma il caposquadra non vuole lasciare il corpo sul campo. Accompagno due ragazzi sul posto, ci mettiamo un po’ a trovarlo, e mentre ci sparano addosso, a fatica, riusciamo a trascinarlo via. Faremo quasi un chilometro con quel corpo, il sangue lo rende scivoloso e il terreno è pessimo. Caschiamo molte volte. Ai piedi della collina un vecchio ha portato un asino, vi carichiamo sopra il cadavere. Un proiettile gli ha bucato un polmone, forse anche il cuore, non c’era niente che potessimo fare.
Arrivo in paese distrutto, sono giorni che non mi lavo, e sono completamente coperto di sangue. Non m’interessa, mi butto su un materasso a terra e crollo in un sonno profondo. La mattina dopo uno degli anziani mi accompagna ad un’altra casa. Mi offrono mille sigarette, mille chai, ed una colazione abbondante. Accetto tutto più che volentieri. Mi sono lavato le mani come meglio potevo, ma l’acqua era poca, e l’odore del sangue attraversa la tazza fumante di the. Mi dicono di restare un paio di giorni per riposare, ma non m’interessa, a parte qualche acciacco non sono ferito e posso continuare. Insistono, gli dico che voglio solo la mia arma e raggiungere l’altro gruppo sulla collina. Questa volta accettano, e dopo un paio d’ore e qualche telefonata un compagno mi viene a prendere. Ringrazio per la colazione, ci salutiamo con grande calore. Scoprirò solo poi che tutti i presenti in quella stanza sarebbero morti il giorno dopo.
La prima notte sulla nuova collina è la notte del “cobra”. L’elicottero ci vola proprio sopra, spara raffiche a caso su tutti i cespugli. Aspettiamo che si allontani per fare manovra e girarsi ed arretriamo verso altri cespugli. Passiamo lì la notte, senza coperte, con le orecchie tese al cielo. Risentire il giorno dopo, sotto il sacco a pelo, il calore riaffluire nelle gambe sarà una delle sensazioni più belle che ricordo. Stiamo fermi due giorni, e non capisco come mai. Il volo dei droni e degli aerei da guerra si è fatto più intenso. Diluvia, sono bagnato fradicio, ed è mentre mi chiedo come farò ad affrontare il gelo della notte in quelle condizioni che mi avvertono che ci muoviamo. Una squadra più fresca prenderà il nostro posto ed avremo qualche giorno per riposare.
Ringrazio il cielo e raccolgo in fretta le mie cose.
Al villaggio noto subito che l’atmosfera è molto cambiata, non c’è più quasi nessuno, e quei pochi che ci sono fanno molta più attenzione. Le facce sono tese, e c’è poca voglia di scherzare.
Vedo le macerie dell’edificio dove avevo fatto colazione, “many Şehid” dice un compagno.
Gli aerei che in quei giorni si erano sentiti passare avevano colpito molto duramente. Buona parte dei combattenti erano stati spostati sulle colline, altri in qualche postazione più sicura.
Avrei voluto scrivere un finale diverso, uno in cui magari strappavamo il villaggio al nemico senza problemi, ma la realtà non è un bel racconto, e in fin dei conti per questa storia un finale ancora non c’è; sulle colline di Afrin si resiste, si vince e si perde, si vive e si muore, ma se la lotta non si spegne vuol dire la speranza vive ancora.

Heval Tekoşer_fronte nord di Afrin

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