Un’emergenza idrica che fa acqua da tutte le parti – Forum Italiano Movimenti per l’Acqua

Un’emergenza idrica che fa acqua da tutte le parti
Dalla gestione privatizzata a dieci esempi di progetti che incombono sul patrimonio idrico
italiano, la gestione pubblica e partecipata è l’unica strada.

 

La cosiddetta “emergenza idrica” è provocata dalla cattiva gestione e dalla privatizzazione ma si continua a far finta di nulla e a insistere su progetti che rischiano di devastare quanto rimane del residuo patrimonio idrico italiano. I dati che stanno circolando sui media in questi giorni (diminuzione della disponibilità d’acqua, crollo delle precipitazioni e delle portate di fiumi e sorgenti, aumento delle temperature medie) fanno emergere in tutta la sua drammatica realtà l’acuirsi di una crisi idrica che viene da lontano.
Purtroppo, anche in questa occasione, il dibattito che si è sviluppato nel paese viene piegato agli interessi delle grandi lobby economico-finanziarie che provano così a rilanciare la strategia volta alla definitiva mercificazione del bene acqua e addirittura a mettere sul banco degli imputati i referendum del 2011.
Per l’ennesima volta si prova a cancellare con un tratto di penna e a rimuovere dalla coscienza delle persone le reali cause di una crisi che, come scriveva V. Shiva nel 2003 nel libro “Le guerre dell’acqua”, è una crisi ecologica che ha cause commerciali ma non soluzioni di mercato.
Addirittura si arriva a prospettare come cura esattamente la causa scatenante della malattia, ossia la sottomissione dell’acqua alle regole del mercato, del profitto e della concorrenza.
In realtà le politiche nazionali e internazionali dovrebbero garantire la disponibilità e l’accesso individuale e collettivo all’acqua potabile in quanto diritti inalienabili ed inviolabili della persona. Ciò a partire dalla consapevolezza che l’acqua è un bene finito, indispensabile all’esistenza di tutti gli esseri viventi, oltre ad essere una risorsa che va salvaguardata ed utilizzata secondo criteri di solidarietà. Qualsiasi uso delle acque deve essere effettuato salvaguardando le aspettative e i diritti delle generazioni future a fruire di un integro patrimonio ambientale.
Da un certo punto di vista l’acqua è come la ricchezza: in termini assoluti, infatti, la quantità è più che sufficiente a soddisfare le necessità della vita umana e degli ecosistemi.
Il vero problema è che gran parte di ciò che passa per carenza è la conseguenza di una cattiva gestione delle risorse idriche indotta proprio dalle politiche adottate.
E’, infatti, possibile affermare che la concomitanza di diversi fattori (quali l’essere diventato fattore economico determinante, il riscaldamento globale, l’incremento dei consumi, l’aumento dell’inquinamento, la caratteristica intrinseca dell’acqua di essere risorsa vitale ripartita in modo ineguale) fa sì che l’acqua diventi sempre più scarsa e, quindi, obiettivo strategico mondiale.
E’, altresì, evidente come la crisi idrica che si sta palesando in questi giorni in Italia sia il risultato del matrimonio tra il ciclo dell’acqua e il ciclo economico, essa è dovuta principalmente alla scarsità di questa risorsa. Scarsità “man-made”, cioè prodotta dall’uomo, tramite: sovrasfruttamento degli acquiferi, inquinamento delle falde e del reticolo fluviale superficiale, urbanizzazione, con conseguente diminuzione della disponibilità, divisione tra consumo agricolo, industriale, uso civile. E’, infatti, proprio nel momento in cui l’acqua esce dalla sua dimensione naturale e viene malamente consumata
che diviene “scarsa” e, ancor di più, si concentrano su di essa gli interessi e le attenzioni del mercato.
Sostanzialmente aver trasformato l’acqua in una merce ha contribuito a produrre gli effetti che oggi si palesano nella loro drammaticità.
Cosa accade quando vengono violati i limiti dell’uso sostenibile? Una risposta un po’ semplificata è che l’integrità degli ecosistemi, e in ultima analisi la vita umana, può essere compromessa.
E allora l’onestà intellettuale imporrebbe di fare marcia indietro rispetto a una serie di opere e progetti che da una parte tendono a valorizzare economicamente l’acqua e dall’altra considerano il suo depauperamento come un effetto collaterale ineluttabile. Ne elenchiamo solo dieci delle centinaia in cantiere in Italia:
– pozzo di petrolio ENI di Carpignano Sesia, in area di ricarica della falda idropotabile di Novara, il Min.Ambiente ha appena approvato il progetto mettendo come prescrizione di “prevedere un approvvigionamento alternativo in caso di contaminazione”
– gasdotto Sulmona-Foligno della SNAM, con il tragitto su ben tre crateri sismici con un tunnel appena dietro la più grande sorgente dell’Italia Centrale, quella del Pescara a Popoli, dalla portata di 6000 litri al secondo;
– Centro Oli di Viggiano che incombe sul Lago del Pertusillo, che disseta 4 milioni di italiani in Puglia e Basilicata, sequestrato nel 2016 e oggi protagonista di un ingente sversamento di petrolio;
– Sorgente Pertuso: aumento delle captazioni presso la sorgente del Pertuso che alimenta il fiume Aniene nel Lazio;
– aumento delle captazioni ACEA presso il lago di Bracciano;
– costruzione delle gallerie dell’autostrada Roma-Pescara, un progetto faraonico da 6,5 miliardi di euro che andrebbe a ledere le falde acquifere presenti nelle montagne carbonatiche tra Lazio e Abruzzo;
– l’inquinamento prodotto dalla SOLVAY sulla costa toscana tra Rosignano Marittimo e Vada che si configura come una vera e propria “bomba ecologica” visto che anche l’Agenzia Ambientale Onu ha classificato questo tratto costiero come uno dei 15 più inquinanti d’Italia;
– progetti per uso idroelettrico nel bellunese come sull’intero arco alpino che vanno ad impattare fortemente sugli ecosistemi fluviali;
– costruzione di un impianto idroelettrico sul fiume Frido nel parco del Pollino con un devastante impatto sull’ecosistema fluviale;
– l’inquinamento da PFAS (sostanze perfluoroalchiliche potenzialmente pericolose per la salute umana) delle falde ad uso idropotabile nel Veneto tra le province di Padova, Vicenza e Verona.

D’altra parte si prova ad accreditare la tesi per cui i due referendum per l’acqua pubblica del 2011 siano stati la causa della situazione attuale avendo determinato un crollo degli investimenti per cui non sarebbe stato possibile l’ammodernamento delle reti idriche da parte dei gestori.
Una bugia dalle gambe cortissime. Infatti, gli investimenti sono in decisa flessione sin da fine anni novanta (quindi ben prima dei referendum) nonostante le tariffe dell’acqua siano aumentate più di ogni altro servizio pubblico.
Allora se le tariffe aumentano, gli investimenti diminuiscono e le perdite delle reti aumentano, appare evidente che c’è qualcosa che non torna.
Cosa ci fanno i gestori con i soldi che incassano con le bollette?
Questa sarebbe la vera domanda da porsi.
La risposta sta nel fatto che il finanziamento del servizio idrico integrato ha dimostrato il suo fallimento dal momento in cui al principio del “full cost recovery”, ossia il costo totale del servizio deve essere interamente coperto dalla tariffa, si è associato l’affidamento a soggetti privati.
Il punto fondamentale, che arbitrariamente viene eluso nel dibattito pubblico, è rappresentato da un’impostazione che mette in capo ai soggetti gestori l’effettuazione degli investimenti e, soprattutto, li fa finanziare dalla tariffa: entrate certe e anticipate a fronte di investimenti sempre più ridotti e dilazionati nel tempo. Con i risultati assolutamente inadeguati rispetto alle ingenti opere di cui il servizio idrico necessita. Tale inadeguatezza assume aspetti ancora più inquietanti se si considera che le opere da realizzare riguardano, per buona parte, il completamento della copertura del ciclo del servizio idrico integrato, in particolare per il sistema della fognatura e della depurazione, e la ristrutturazione delle reti esistenti, fondamentale per intervenire rispetto alle perdite. La scelta, insita nel sistema, di mettere in capo ai soggetti gestori di natura privatistica la responsabilità dell’effettuazione degli investimenti determina, stante il loro obiettivo di massimizzazione dei profitti, un’oggettiva subordinazione della
decisione di investimento a quella priorità.
Superato il concetto del “full cost recovery” ed esautorati i soggetti gestori di natura privatistica, per gli investimenti, occorre progettare, quindi, un sistema di finanziamento sia basato sul ruolo della leva tariffaria, anche su quello della finanza pubblica e della fiscalità generale. Una nuova ipotesi strategica che risponda all’obiettivo di realizzare le opere necessarie all’ammodernamento del servizio idrico e, soprattutto, affrontare in modo strutturale il tema della riduzione delle perdite di rete. Solo l’intervento pubblico è in grado di cimentarsi con tale questione. Insomma, il giudizio di fallimento dell’attuale sistema di gestione dell’acqua in Italia è un dato di fatto ben difficilmente contestabile che dovrebbe portare ad un’inversione di rotta immediata soprattutto alla luce della pesante crisi idrica.
Diviene in sostanza irrinunciabile e urgente un cambiamento del sistema passando dalla pianificazione dell’offerta, alla pianificazione e gestione della domanda, rimettendo al centro la tutela e gestione partecipativa dell’acqua e dei beni comuni.

Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua
Segreteria Operativa Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua
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