Capita di essere dalla parte giusta…del mondo. – di Sportello Sociosanitario Autogestito Bari

A cura di Sportello Sociosanitario Autogestito Bari
Riceviamo e pubblichiamo delle considerazioni di una ragazza barese che partono dallo stato di quarantena che stiamo vivendo e, analizzando il contesto sociale rappresentato da tv e giornali, arriva a seminare spunti di riflessione sulla relazione tra “malattia e razzismo/classismo.

In questi giorni di reclusione casalinga, mi è ovviamente capitato di leggere sui social commenti e messaggi di incoraggiamento riferiti al nostro tanto amato paese, come: “Forza ce la faremo” “Forza Italia” e tanti altri inneggiamenti al nazionalismo. Tralasciando l’infelice espressione, che chiaramente riporta a nefasti partiti politici, probabilmente diffusa da adulatori nostalgici destroidi con il chiaro intento di riportare in auge slogan facilotti di autopropaganda, (atteggiamento tipico del più patetico sciacallaggio di chi approfitta di situazioni di disagio per portare acqua al proprio mulino – vedi il buon Silvio che dopo aver governato per vent’anni ed essere stato in primis fautore di tagli alla sanità pubblica dona 10 milioni e magicamente si trasforma in eroe), quello che mi sono chiesta è: quali conseguenze comporterà questo distanziamento sociale? Ma soprattutto, in un contesto in cui il problema del virus e delle scarse risorse sanitarie riguarda l’intero pianeta, come è possibile che questa unione di intenti e di falsi sentimentalismi da tastiera riporti pensieri di senso comunitario rivolti ancora una volta solo e soltanto al proprio paese? Perché non ci sforziamo mai di fare riflessioni più ampie e non cerchiamo di capire che i problemi sociali riguardano sempre la comunità intera e non le appartenenze di confine ?
Proseguiamo con ordine. il distanziamento sociale.
Personalmente non credo alla favoletta arcobaleno che alla fine di questo periodo ci vede tutti abbracciati felici e contenti, così come non credo al fatto che sarà un breve periodo, ma ho anzi la sensazione che andrà avanti ancora per molto e che questa situazione abbia solo scalfito la punta dell’iceberg, da cui deriveranno molte altre problematiche destinate ad aggravarsi nel tempo – si, noi appartenenti alle nuove generazioni siamo fottuti, rassegnamoci. Credo che questa quarantena ci renderà solo più individualisti e aridi, ci abitueremo così tanto ad avere paura dell’altro e a pensare a interessi personali, che quando rimetteremo nuovamente piede fuori dalle nostre mura cosi sicure, butteremo fuori il peggio di noi. Tutti gli atteggiamenti di indifferenza verso il prossimo e di egoismo saranno solo accentuati e cavalcati selvaggiamente dalla politica delle frontiere chiuse, dell’Italia prima di tutto, dalla politica del “stampiamoci la moneta da
soli”. Finti programmi politici basati sul nazionalpopulismo e sulla promozione dell’idea che lo straniero, il non italiano, sia il nostro nemico e che l’estensione dei diritti a tutti possa minacciare i nostri di diritti e che per questa ragione vadano limitati e settorializzati e resi inaccessibili a quello che, nella piramide sociale di classi ancora prepotentemente presente, si trova una scala sotto di noi, con il fine di separarci per schiacciarci meglio.
La prospettiva di una fine quarantena a frontiere chiuse mi ha portata inevitabilmente a pensare a tutti quei paesi del mondo dove non sono pronti a fronteggiare un’emergenza di questo
tipo, in cui il coronavirus si aggiunge a tutte le altre problematiche da cui già normalmente sono afflitti. Ho pensato al Perù, a quella che è stata la mia casa per dodici mesi e alla famiglia che ho lasciato li. Da settimane mi scrivono per sapere come sto io e come proseguono qui le cose, non mi hanno puntato il dito contro accusando il mio paese di aver causato il contagio in Sud America,erano solo preoccupati. Ho ripensato alle persone che amo, ho ripensato alla mamma di Santiago,malata e in cura in una clinica, ho pensato al suo meraviglioso papà settantenne che ieri durante una telefonata skype, tra una sonata alla chitarra e l’altra, tra i sorrisi di felicità per essere li a parlarci e qualche lacrima di nostalgia per essere lontani e pieni di voglia di rivederci e stringerci, mentre gli raccomandavo di stare attento e chiudersi in casa, mi rispondeva che ormai la sua vita l’aveva vissuta e che non aveva paura di morire. Ho pensato alle poche misure e ai mezzi che ci sono nel loro paese. Ho pensato alle megalopoli latine abitate da milioni di abitanti e alle disuguaglianze sociali e a quanto sia più difficile fronteggiare emergenze in stati dove non esistono garanzie. In città come Lima più della metà della popolazione vive in baraccopoli e non ha accesso all’acqua o all’elettricità, o a un salario minimo, o a un lavoro, non ha un’assicurazione sanitaria perché è privata e chi non può pagarsela è destinato a morire. Poi ho pensato al fatto che questi sono problemi all’ordine del giorno e di cui non viene data notizia alcuna da questa parte del mondo,perché tanto sono problematiche che in Europa o negli Stati Uniti non sono cosi diffusi se non per una minoranza invisibile, muta e senza volto.
Mentre l’OMS – Organizzazione mondiale della sanità – dichiara la pandemia per il contagio da Coronavirus, il 2 Marzo 2020 ha anche pubblicato un rapporto in riferimento alla diffusione della febbre Dengue in Sud America . La dengue è un virus che si trasmette attraverso le punture di zanzara, le quali oltre la dengue stessa possono causare la trasmissione anche della febbre Chikunguya e del Zika virus.
Sono malattie molto estese nei tropici e la loro diffusione più variare da zona a zona a seconda delle temperature e dell’urbanizzazione del paese, spesso sfrenata e realizzata senza un piano urbanistico adeguato.
La dengue è stata identificata per la prima volta nei primi anni cinquanta del novecento durante un’epidemia di contagi nelle Filippine e in Thailandia. Ad oggi è estesa a tutta l’Asia e all’America Latina e rappresenta una delle cause principali di ospedalizzazione e morte tra bambini e adulti.
Negli ultimi dieci anni l’incidenza di contagio nel mondo è aumentata massicciamente; spesso il virus è asintomatico e non viene identificato a causa del fatto che non è possibile realizzare sufficienti analisi per tutti i casi ipotizzati. Si manifesta su neonati, bambini e adulti attraverso una febbre molto alta (40°) ed è accompagnata da forte mal di testa, dolori oculari, muscolari e articolari, nausea, vomito, ingrossamento linfatico; il periodo di incubazione varia dai 4 ai 10 giorni a partire dalla puntura di zanzara. Vi sono varie forme di manifestazione della malattia e nei casi di complicazione più grave porta alla morte a causa di accumulazione di liquidi, difficoltà respiratoria ed emorragia grave.
Secondo una recente stima ogni anno ci sono circa 390 milioni di infetti da dengue in 128 paesi del mondo, di cui registrati 3.140.649 in Sud America solo nell’anno 2019 . La diffusione del virus è trasmessa oltre che per le punture di zanzara, anche attraverso lo spostamento di viaggiatori infetti
da un paese all’altro. Non esiste alcun trattamento specifico e l’assistenza medica per le cure attraverso l’ospedalizzazione dei contagiati, può ridurre le percentuali di mortalità da un minino del’1% ad un massimo del 20%, ma il sistema sanitario privato non permette la cura di tutti .
In comparazione ai numeri di contagio da coronavirus registrati fino a questo momento (circa 200.000 a livello globale in 166 paesi o regioni nel mondo, secondo gli ultimi dati aggiornati al 19 marzo 2020), la dengue causa un numero molto più elevato di infetti ed è egualmente diffusa.
Eppure non solo non se ne parla sufficientemente ma pare anche non essere argomento di interesse.
Non si prendono misure preventive, non vengono compiuti dei controlli di approvazione per piani urbanistici che possano impedire l’insediamento umano in zone particolarmente difficili da bonificare, nè tanto meno fino ad ora sono stati trovati vaccini o soluzioni mediche alternative in grado di evitare la morte nei casi di dengue grave.
Perchè? In cosa consiste la differenza tra il coronavirus dichiarato pandemia e globale e malattie come la dengue?
Avrà forse a che fare con il fatto che non sono malattie presenti in territori come l’Unione Europea o gli Stati Uniti d’America? Avrà forse a che fare con il fatto che sono paesi poveri dove ciò che maggiormente interessa non è la qualità della vita delle loro popolazioni bensì lo sfruttamento dei territori e delle risorse come oro, metallo e petrolio?
Mi sembra che la diseguaglianza di valutazione del diritto alla vita e alla salute sia direttamente proporzionale all’importanza delle conseguenze che emergenze di questo tipo possano apportare al sistema produttivo e all’economia. In altre parole, se la morte della popolazione non ostacola il mio sfruttamento delle risorse (ma anzi lo agevola perché in questo modo la popolazione occupata a sopravvivere non avrà il tempo di ribellarsi), allora le loro condizioni di salute possono essere ignorate e lasciate al caso e ad una selezione di classe.
Ma quando un’emergenza sanitaria anziché paesi colonizzati, colpisce paesi colonizzatori e gestori dell’economia globale che per altro si sono proclamati per secoli esportatori anche di democrazia,(pur operando in altri modi lo sfruttamento di classe e pur privando spesso i propri di cittadini di diritti ma camuffandolo bene) non è possibile ignorare un problema di questo tipo e bisogna quindi provvedere ad una dichiarazione globale di pandemia. Provvedendo per altro ad agire in brevi termini ad una risoluzione e non perché mi sta a cuore la salute del popolo ma perché altrimenti il sistema capitalista collassa. Tutto è una manifestazione di potere e ricchezza.
Cosa sarebbe successo a parti inverse? Come si sarebbe agito se la dengue fosse stata una malattia diffusa anche in Europa o negli Usa?
Questo è solo un esempio di tante altre problematiche che affliggono l’umanità ma il senso del discorso rimane lo stesso. Lo stato d’emergenza è tale finché i problemi ci riguardano e solo fino a che le vittime sono le multinazionali, le lobby e il capitalismo.
Io non credo al mantra del “andrà tutto bene”. Bisognerebbe essere ciechi per non rendersi conto che se adesso ci troviamo in questa situazione non è solo a causa di un virus ma è a causa di politiche nazionali e globali che da sempre privilegiano il il denaro a scapito dell’uomo e dei suoi diritti. Ma se è vero che oggi e nei futuri mesi sarà necessario armarci di pazienza, mi auguro anche che questa esperienza sia in grado di renderci più consapevoli e in grado di compiere un’analisi che ci indigni e che unisca le nostre diseguaglianze e la nostra rabbia per cambiare un sistema marcio che ci vuole schiavi della produzione e zombie non pensanti del consumo.
di An Dina

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murale fatto a Rebibbia (Roma) da Blu dal titolo “Capita”

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