Delegazione Cobas: Di ritorno dal Kurdistan… confine con la Siria

Nel corso delle feste di Natale, una mini delegazione Cobas ha visitato i territori di confine intorno a Kobane, parte Turca però. Le impressioni pubblicate nei Report diffusi sulle pagine facebook e sui siti della Rete Kurdistan-Italia o di GlobalProject, Staffetta Romana per Kobane (FB), non rappresentano una novità assoluta rispetto a quanto raccontato dai compagni e dalle compagne che ci hanno anticipato in queste zone di conflitto. Sono anzi in perfetta continuità con il lavoro precedentemente svolto. Approfondimenti sulle vicende, aggiornamenti in tempo reale li trovate sulle pagine internet di :

UFFICIO POLITICO KURDISTAN IN ITALIA

RETE KURDISTAN ITALIA

Prossimamente lavoreremo per rendere utilizzabile la galleria fotografica.

28 dicembre 2014
Il primo impatto con il sud est della Turchia è già sull’aereo da Istanbul Sahbila G. a Gaziantep (Antep): le donne, scese dal bus insieme a noi, quasi tutte con il chador in testa, si siedono nelle prime file, rigorosamente separate dagli uomini. L’apartheid di genere colpisce sempre. A Gaziantep ci accoglie una fitta nebbia che pare di stare in pianura padana! La nebbia non accenna a placarsi neanche la mattina dopo e ci abbandona solo molte ore dopo, a Suruc.

Entrando con il bus, lungo la strada intravediamo alcuni campi profughi, quelli più piccoli e più attaccati alla città. File e file di piccole tende grigie, una addossata all’altra. Panni stesi al pallido sole, dopo la pioggia di stanotte, che ha reso le strade come scivolosi nastri di fanghiglia.

La prima tappa è al Kultural Merzeki Amara, centro di coordinamento delle attività a sostegno dei rifugiati.

Al piano superiore c’è il magazzino delle medicine, dove 4 ragazzi e ragazze stanno catalogando e sistemando le varie medicine portate con gli aiuti internazionali. Consegniamo uno zaino pieno raccolto a Roma. Il Centro piano piano si riempie, tante persone da vari paesi venuti qui a dare una mano. Le strette di mano e le presentazioni riempiono le due ore passate li.

Poi ci spostiamo a Mesher, sei KM da Persus ( Suruc ) la prima accoglienza è alla tenda sita alle porte del villaggio. Oggi è il ROBOSKI DAY, anniversario della strage di ROBOSKI al Nord della Turchia, avvenuto il 28 dicembre 2011 quando l’aviazione turca UCCISE 34 persone civili in un villaggio accusato di ospitare guerriglieri del PKK. Anche nella piccola piazza del villaggio si celebra come in tanti territori kurdi il ricordo di questo massacro. Mezher è un piccolo villaggio a poca distanza dal confine, come tanti si è popolato di famiglie profughe da Kobane, ma anche di militanti kurdi accorsi per forzare i confini, far passare aiuti materiali, evacuare feriti dall’inizio della emergenza. Incontriamo un responsabile del villaggio che è anche parte dell’organizzazione del KULTURAL MERZEKI AMARA (CENTRO CULTURALE AMARA).

La vita al villaggio è cambiata dall’inizio della emergenza KOBANE, sono arrivate 45 famiglie che si sono aggiunte alle 35 già presenti. Un cambiamento in meglio (secondo i racconti) caratterizzato da una vita più collettiva, dalla condivisione della cucina ai lavori per organizzare i servizi e il mantenimento delle strade. I rifiuti vengono raccolti da automezzi messi a disposizione dalla Municipalità di DIYARBAKIR che tutti i giorni fanno la spola (così ci dicono) con le locali discariche. Si tratta comunque di volontari. Tutti i villaggi hanno un servizio di sicurezza che controlla i confini e il territorio circostante. Nel momento massimo si è arrivati a controllare fino a 30 Km e questo ha creato delle reazioni importanti da parte dell’esercito turco soprattutto in prossimità delle zone siriane sotto controllo dell’ISIS con il quale mantiene relazioni molto cordiali.

I bombardamenti si sentono vicinissimi a volte annunciati da un lampo nel cielo. Nella piazza di Mehzer attorno ai fuochi ogni sera le persone si radunano, chiamano a Kobane, i loro parenti e/o i loro combattenti, cantano, mandano piccoli video ed aggiornano sulla situazione militare, li incitano e li salutano. L’ISIS sta tentando una offensiva, a quanto ci dicono, ma in genere le cose stanno andando bene per le forze YPG-YPJ.

La discussione è surreale, tra noi che facciamo le prime domande e ci ritroviamo a spiegare perché Massimo D’Alema non è quel gran politico come lo immaginano loro. Il riferimento è legato alla Vicenda di Ocalan A Roma. Racconti sulla battaglia di Komagene città che resistette a Roma, valutazioni sull’ISIS e sulla guerra. Ma soprattutto vogliono sapere cosa si conosce in Italia dei Kurdi.

29 dicembre – mattina
La prima immagine, oltre la pioggia, sono le persone che volgono i loro sguardi oltre le colline controllate dall’esercito turco proprio di fronte al villaggio. Fumano e guardano cercando oltre la nebbia le immagini della città dalla quale arrivano incessanti gli echi delle esplosioni.

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Ci spostiamo verso MIS AYNTER a pochi passi da li. Abitanti e volontari del PKK stanno manifestando come ogni mattina. Tutti rivolti verso i confini che vorrebbero distrutti. Una bandiera di Ocalan, una del Kurdistan, una linea di decine di persone, che al termine ci accoglie presentandosi ed invitandoci immediatamente a raccontare la nostra storia davanti ad un tè bollente. Ci chiedono subito cosa pensiamo di ISIS e YPG/YPJ vogliono avere informazioni sul lavoro svolto dai giornalisti e cosa pensa il popolo italiano di quanto sta avvenendo qui. Raccontiamo di Ocalan a Roma, delle manifestazioni del 1° nov, della differenza tra il lavoro degli attivisti e quello dei media nazionali, delle differenze con le politiche del nostro Governo. Ci ricordano le complicità del Governo Turco. “Non abbiamo bisogno dei Governi, i Governi dovrebbero rispondere ai bisogni delle persone”, ”YPG sono solo per difendere il popolo Kurdo e non vogliono invadere altri popoli” “L’ISIS impone le proprie regole” e ci raccontano stralci di nefandezze occorse a Sengal (distretto dell’IRAQ) . Facciamo anche domande che non ricevono risposte su come sono cambiate le dinamiche civili locali e sul progetto “autonomia Rojava”. Troppo poco il tempo e troppo difficili le traduzioni.

Prima della partenza visitiamo una costruzione centenaria simile ad un nostro trullo. Dedicato interamente alla memoria di ARIN MIRXAN e ai caduti di Kobane. Un lungo elenco di nomi e di foto, tra cui quello della compagna KADER uccisa il giorno al confine con la Siria il giono dopo aver annunciato che si sarebbe arruolata nelle YPJ, pubblicamente. L’esercito turco la uccise scegliendola tra un gruppo di 19 persone ( 18 uomini ) che stavano attraversando il confine

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Pomeriggio – Campo Kobane, Suruc
Entriamo in uno dei pochi momenti di concitazione della giornata, l’arrivo del furgoncino che distribuisce le razioni di cibo. Decine di ragazzini e di donne si affollano, in una fila ordinata, con piatti e pentole. Le razioni vengono distribuite di tanto in tanto da un’associazione turca, ma normalmente il cibo viene preparato a Suruc e distribuito dai curdi, con il sostegno della Municipalità locale.

H., volontario di Suruc e responsabile del campo, ci conferma molte delle informazioni già riportate dalle precedenti staffette sia sull’organizzazione interna del campo che sugli aspetti sanitari.

Chiediamo se nel campo esistono delle cucine comuni dove preparare il mangiare senza dipendere completamente dall’esterno. Ci dicono, che per non complicarne la gestione e per l’assenza di strutture adeguate preferiscono per ora continuare così.

In questo campo, che si trova proprio dentro il paese, vivono circa 1000 persone, di cui 500 bambini, distribuite in 240 tende. E’ solo 1 dei 5 campi presenti a Suruc. Un sesto campo è in via di ultimazione, più grande e più pulito. Alcune famiglie di profughi hanno cominciato a popolarlo, nonostante il governo Turco stia facendo di tutto per chiuderlo . Esiste poi un campo gestito dai turchi, ma pochi vogliono andarci, anche perché non sono liberi di entrare e uscire quando vogliono. Le immagini corrono subito all’Aquila post terremoto.

E’ stata approntata una tenda che funziona da scuola due ore al giorno, con tre livelli di classi, e da centro culturale per alcune animazioni teatrali.

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Salutiamo quindi H. e gli altri volontari che ci hanno accolto dentro il locale-magazzino e i nostri comodi panchetti fatti di pacchi di pannolini per bambini, per fare un breve giro del campo, tra le decine di tende a cupola grigie, 3metri per 2 per intere famiglie.

Ci sono pochi punti acqua comuni, dove si possono riempire bottiglie e boccioni. Eppure, a giudicare dai panni stesi fuori ad asciugare, sembra che cercare di essere almeno puliti, in mezzo a questa poltiglia marrone, sia una delle principali occupazioni della giornata, anche se il clima umido e piovoso di questi giorni rende impossibile fare asciugare qualsiasi cosa.

Una ragazza ci guarda sconsolata, sa bene che la piccola barriera di sassi che ha costruito all’ingresso della tenda potrà tenere fuori per poco la fanghiglia che ricopre tutto il campo e tutta la cittadina in modo quasi uniforme.

Ci invita a entrare. E’ Rojin, un’insegnante scappata da Kobane circa 2 mesi fa, la sua casa distrutta, l’auto bruciata, la scuola dove lavorava come insegnante di arabo per i ragazzini delle medie non esiste più.

Qui insegna curdo alla scuola del campo, ma non è un vero lavoro, ora non guadagna più neanche quel magro stipendio che le permetteva di vivere. Troppo poco, comunque, per potere andare ad abitare in una città cara come Aleppo. Così, non sposata, con due bambini non suoi in affidamento, che vorrebbe fare studiare, sta pensando di andare in Norvegia o in Germania, lì, le hanno detto, per i rifugiati ci sono delle possibilità di inserimento. Ma neanche lei, come molti qui, ha un passaporto né un documento di identità, clandestina a casa propria.

Dopo il caffè aromatizzato alla maniera di Aleppo e molte sigarette, ci fa vedere sorniona sul suo pc portatile il suo profilo facebook, dove compare con una foto in posa ammiccante. Il fango per fortuna non affoga l’indole femminile e la volontà di ricominciare.

Sulla situazione dei rifugiati e delle rifugiate leggi anche l’articolo della nostra compagna di viaggio

30 dicembre 2014
Attorno ai fuochi di Mezher dopo una lezione italiano-inglese-curdo ci arrivano le notizie da Kobane. Sono sempre notizie raccontate da dentro, attraverso le telefonate ai propri cari. L’altro ieri notte una donna-kamikaze di Isis si è fatta esplodere vicino postazioni Ypg facendo circa otto vittime. Le perdite ISIS sono state molto più alte a seguito degli attacchi kurdi, 34 morti e 43 prigionieri. Stanotte purtroppo ancora vittime, circa 7 combattenti di Ypg che ha subito anche diversi prigionieri.

Sentire le bombe che esplodono vicine e parlare di morti che avvengono a pochissimi km da qui è agghiacciante. Eppure per queste persone è ormai la normalità, anche se le conseguenze della guerra sulle persone sono imprevedibili e alcune organizzazioni di volontari stanno infatti facendo un gran lavoro di elaborazione soprattutto con i bambini.

In tarda mattinata abbiamo conferma di quanto raccontato alla sede del BDP di Persis (Suruc) mezher-kobane dove l’incontro con il responsabile locale del partito si è ridotto al minimo; è infatti dovuto correre al confine, dove stava arrivando la salma di uno dei combattenti per essere seppellita dalla famiglia. Rimandando l’intervista ad un altro momento, ci ha solo ribadito l’estrema necessità di aiuti, sia per l’assistenza ai profughi, sia per fare fronte all’emergenza di far arrivare cibo e medicine ai civili rimasti in Kobane. Ogni giorno sono infatti almeno due le famiglie che fanno ritorno tra le macerie della città, sintomo che la situazione dal punto di vista militare sta migliorando. Un miglioramento “fittizio” dato che per raggiungere la città si passa per un deserto di macerie sotto il fuoco dei cecchini.

Nel primo pomeriggio incontriamo la Sindaca di Persis Suruc ( ZUHAL EKMES ), una ragazza giovane che, come in tutte le Municipalità curde, condivide la carica di sindaco con un pari collega maschio. Il suo ufficio è un concitato via vai di persone. Si lavora sempre sull’emergenza continua e ci confessa che lei è arrivata a fumare 3 pacchetti di sigarette al giorno da quando è iniziato il conflitto e con l’arrivo dei primi profughi, oggi oltre 60.000 nella sola Suruc. Qui con il 58 % e da 17 anni governa il BDP.

Poco prima e alla nostra presenza le consegnano una multa salatissima : colpevole, secondo le accuse ufficiali, di essersi recata in un villaggio di confine chiamato “ABDULLAH OCALAN” ed aver insultato e colpito un poliziotto turco. Ci sembra la normalità di una repressione quotidiana. Sulla TV presente nel suo ufficio scorrono immagini di manifestazioni in tutta la Turchia per celebrare il ROBOSKY DAY : ovunque cariche, morti e arresti. A Suruc questa ostilità si manifesta verso la gestione dei profughi. AFAD, l’organizzazione governativa che si occupa dei campi (ne gestisce 2), ha ricevuto molti soldi dall’ONU che però non si sa che fine abbiano fatto. Nei campi gestiti dalla Municipalità non arriva praticamente nulla.

Ci consegna l’elenco aggiornato delle presenze dei profughi e le emergenze che cambiano in continuazione.

Parliamo anche della possibilità dei gemellaggi istituzionali e delle urgenze, che anche lei, come al BDP stamattina, ci conferma. Riportiamo testuali dichiarazioni: “Non vogliamo l’elemosina, non vogliamo che in Italia si pensi che siamo dei poveri, combattiamo l’ISIS non solo per il popolo Curdo ma per difendere tutto il mondo. Con lo scoppio della primavera araba in tutti i Paesi dove ci sono stati movimenti si è tornati a regimi autoritari. In ROJAVA NO! Oggi è in vigore la Democrazia per la quale stiamo lottando”.

31 dicembre-I colori dei bambini di Kobane
Con il nome “I colori dei bambini di Kobane” è stata inaugurata al Centro culturale Amara, una piccola mostra di disegni fatta da bambini che vivono nei campi profughi di Suruc. La mostra è il frutto del lavoro di alcuni giovani insegnanti, provenienti da Kobane, all’interno dei campi per aiutare i ragazzi ad elaborare ciò che hanno visto e vissuto, direttamente o indirettamente, negli ultimi mesi. Un piccolo lavoro che, in questa situazione di emergenza, diventa l’avvio di un percorso verso la ricostruzione.

Ai bambini è stato chiesto di disegnare quello che pensavano di Kobane, la loro città. Le scene, vissute o forse solo sentite raccontare, sono terribili, se non fosse per la semplicità dei tratti e dei colori. Carri armati, bombe che esplodono, persone decapitate, spari, morti, feriti….ma anche Kobane, disegnata come un matrimonio festoso, un paese colorato pieno di alberi e fiori, una manciata di terra a forma di cuore tenuta sul palmo delle mani.

Alcuni sono qui al Centro, a cantare e “celebrare” questo loro lavoro. Intanto uno degli insegnanti, tutti volontari, si racconta: ha avuto lui stesso una storia difficile. Insegnante della scuola primaria, imprigionato per due anni dal Regime di Assad, vive ora a Suruc, ma aspetta il momento per tornare a casa il prima possibile. Per ricominciare. Tornare a casa prima possibile, anzi “quando ?“ è la domanda incessante che gli rivolgono anche i bambini dei campi.

31 dicembre pomeriggio – una conversazione a tutto campo
Al centro culturale AMARA Incontriamo una delle responsabili per la sicurezza e l’organizzazione dell’area di Suruc. Una conversazione a tutto campo anche se breve.

Inizia ringraziandoci con un sorriso, per loro è già una vittoria il fatto che ci siano persone di altri paesi che stanno vicino al popolo curdo in questi momenti così difficili.

Poi prosegue, senza che noi le chiediamo niente. “La guerra che stiamo combattendo non è solo per difendere il popolo curdo, ma anche per tutti gli altri paesi contro il fondamentalismo” dell’Isis. E ancora “è anche una guerra per la democrazia e una guerra culturale. E’ per questo che le donne in tale processo di liberazione giocano un ruolo fondamentale. E’ un appello esteso a tutte le donne del mondo”.

“In Rojava si sta sperimentando una forma di uguaglianza tra i generi che, dice, non è molto diffusa neanche nei paesi occidentali. Tutti i ruoli sono infatti condivisi al 50% tra uomini e donne, in campo politico, culturale, educativo e militare. Se, dice, le donne governassero davvero il mondo non ci sarebbero più guerre. Fatto sta che in Rojava sono tra le prime file dei combattenti, con le forze dell’YPJ. E’ in particolare con il lavoro svolto in campo militare che hanno saputo conquistarsi la fiducia degli uomini e la loro progressiva accettazione. Questo processo, iniziato ormai 20 anni fa all’interno del PKK, è ormai dilagato in Rojava e inarrestabile, perché nella pratica dell’uguaglianza e della libertà in ogni settore, le donne hanno dimostrato in modo inconfutabile le loro capacità”. Rimane sfumato, tuttavia, se una reale parità dei sessi avvenga davvero anche nella vita di ogni giorno. Quello che vediamo qui, nei campi profughi e nei villaggi che li ospitano, è in realtà il ripetersi dei ruoli standardizzati.

Resta il fatto che le donne combattenti sono fondamentali nella guerra contro ISIS, fatta di persone che credono di andare all’inferno se vengono uccisi da una donna.

Nei campi profughi, qui a Suruc, ci conferma che si sta ripetendo in modo quasi spontaneo il modello del Confederalismo democratico della Rojava, sospeso a Kobane a causa della guerra, a partire proprio dal Consiglio delle donne.

Tale sistema orizzontale, basato tutto su sistemi assembleari “bottom up” di presa delle decisioni, prevede una partecipazione non solo dei partiti, ma anche delle associazioni civili e di singoli cittadini indipendenti, già nella costituzione del Parlamento cantonale e del Governo. La rotazione delle cariche e l’applicazione del principio di sussidiarietà sono sistemi per evitare la concentrazione del potere in uno o pochi leader.

Accenna inoltre al sistema della cooperazione e del lavoro: nei cantoni dove è stato possibile sperimentarli ( a causa del conflitto ) “esiste un sistema di consigli che non prevedono la figura del manager”.

Molto sarebbe ancora da capire.

Anche per quanto riguarda la questione ecologica richiamata dalla Carta della Rojava sembra restare su linee di principio che riguardano, come ci dice, non tanto l’ambiente ma un più generico “modo di vita naturale, in armonia gli uni con gli altri, alla pari, in libertà e senza sottomessi o schiavi”.

Ciò che è certo è la forza che questo processo ha instillato in ogni curdo. Ci dice, con lo stesso sorriso, che lei vuole tornare il prima possibile a Kobane, perché lì ha molti nemici da affrontare e da combattere apertamente ogni giorno, non solo sul fronte militare, ma soprattutto politico e culturale. E’ la forza di un grande sogno.

La notte delle mongolfiere e capodanno

La notte dell’ultimo dell’anno ci vede di nuovo a Mezher, fra canti e balli intorno allo stereo di un’auto divenuta discoteca improvvisata. Prima di mezzanotte dalla piazza, ma anche dai villaggi vicini, si alzano in cielo mongolfiere colorate di carta velina. Incredibilmente il vento le spinge verso KOBANE. Da dentro la città i/le combattenti salutano sparando raffiche di segnali luminosi rossi che si alzano in cielo per decine di minuti.

La notte invece infuria la battaglia. I bombardamenti della coalizione sono seri e gli spari che seguono le esplosioni significano che l’YPG-YPJ sta attaccando. La mattina dopo le notizie che arrivano sono confuse, ma a quanto pare le forze KURDE stanno spingendo l’ISIS fuori della città. Hanno conquistato altro terreno e l’importante collina che sovrasta le macerie.

bombe da mezher. Prima di partire abbiamo l’onore di conoscere AL NAMAR l’anziano combattente che al nostro saluto ha risposto semplicemente dicendo “ho ancora voglia di andare a combattere”. E’ una icona, della quale avevamo letto sui media internazionali e quelli indipendenti. Circondato dai giovani di Kobane fuggiti e abbracciato fraternamente dagli anziani del villaggio.

Le notizie sulle sorti di Kobane in ogni caso sono tutte da verificare, ma nella giornata del 1 Gennaio si combatte ancora e nel corso delle visite che facciamo si odono esplosioni di varia natura e le raffiche di fucile.

Al confine TURCHIA – SIRIA, quando non ci sono postazioni militari o costruzioni edili, ci sono reti e fili spinati. In più punti si vedono migliaia di auto, furgoni e camion abbandonati oltre confine. Sono le auto dei curdi siriani in fuga che l’esercito turco ha costretto ad abbandonare, lasciandole al saccheggio dei daisch. La collusione dei turchi in questa guerra è evidente. Presso il villaggio Zhwan assistiamo al colloquio tra pattuglie dell’esercito turco e militanti ISIS nascosti tra le auto. Una normalità che non si ripete nella porzione di territorio controllato dalle YPG-YPJ.

Sulla via del ritorno verso Suruc, incrociamo un corteo funebre di auto che seguono una ambulanza che ha appena recuperato al confine i corpi di due militanti YPG morti nella mattina del 31. Uno di questi, 23 anni, era militante di un partito Marxista leninista turco, combattente dal 6 settembre scorso a Kobane.

La giornata termina al campo profughi di Suruc intitolato a KADER ORTAKAYA, 4000 persone circa di cui circa 400 bambini. Li incontriamo al nostro arrivo nel campetto di basket vicino a seguire le peripezie di un collettivo di acrobati e ci travolgono con un corteo improvvisato dietro una tromba e un tamburo.

Nel campo, le cui condizioni sono piuttosto difficili, è appena arrivata la corrente elettrica dopo mesi di freddo e di buio. Oggi è anche il giorno della presenza settimanale della equipe medica che conferma quanto scritto dalle precedenti staffette sulle condizioni di salute generale e sulle patologie persistenti.

2 gennaio 2015 – AL LAVORO NEI MAGAZZINI
“Avesta” è un grande capannone vuoto. Un tempo supermercato, nel momento del massimo afflusso di persone in fuga da Kobane, in Agosto, è stato utilizzato dalla Municipalità di Persis/Suruc come centro di prima accoglienza. Oggi è uno dei magazzini di stoccaggio e smistamento delle razioni destinate ai rifugiati ospitati nelle case della Città. Per la popolazione dei campi ci sono altri magazzini.
Qui ogni giorno decine di persone, in maggioranza ragazzi giovani (o bambini), sempre in movimento, fanno quasi a gara per impacchettare, imbustare, caricare, scaricare i generi di prima necessità. Un abbinamento che vede farina e zucchero; uova; grandi sacchi con fagioli, lenticchie, riso, burghul, 5 kg di pasta; il sapone per lavare i panni è nel sacco assieme agli assorbenti da donna, già si capisce a chi è destinato.
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Le razioni sono bene calcolate e tutto meticolosamente annotato. Anche i furgoni che vengono a caricare. Ogni campo, ogni villaggio e ogni quartiere della città che ospita i profughi ha almeno due responsabili per la logistica e la distribuzione degli aiuti. Ognuno di loro, sempre in contatto con il Centro Amara – che registra ogni nuovo arrivo – sa esattamente quante persone vivono nell’area di loro competenza e quali sono i bisogni effettivi. In base a questo e in base alle disponibilità, le razioni vengono equamente distribuite e nel caso in cui non bastino (causa famiglie numerose ad esempio), le quantità sono subito integrate.
In un altro magazzino in centro città, sotto il Municipio, nella Piazza del Melograno, vengono invece selezionati tutti i vestiti e i giochi per i bambini. Conosciamo molte persone. Ci confermano quanto già registrato nel corso dell’incontro con la Sindaca di Persis-Suruc: gli aiuti internazionali ufficiali non arrivano (e infatti abbiamo visto solo scatoloni della protezione civile Danese) o sono pochi. La maggior parte dei materiali e del cibo sono acquistati dalla Municipalità attraverso i soldi raccolti dalle reti di solidarietà (interna e/o esterna)
Altre notizie emerse dalle conversazioni con le persone conosciute serviranno da riflessione per la solidarietà: i vestiti sono ormai sufficienti. Le medicine con le istruzioni in Italiano (pur benedette) fanno fare ai medici e/o agli infermieri il doppio del lavoro. In ogni caso sono inutili se inviate in campi dove non ci sono persone che parlano in modo competente l’inglese.
Avrebbero sicuramente bisogno di soldi e finanziamenti da poter gestire in modo autonomo e di personale per continuare l’incessante lavoro di distribuzione e assistenza. Abbiamo assistito (in poche ore) in ogni caso ad un meccanismo che coinvolge centinaia di persone. In modo organizzato. Ci sembra mai autoritario anche se con livelli gerarchici di decisionalità. Si lavora con la luce. Ci si ferma per pranzo, merenda, dolcetti distribuiti dai più grandi ai piccoli. Ci si ferma con il buio che arriva presto: al magazzino non c’è la luce. Si ripulisce e si mette tutto in ordine. Domani il lavoro senza fine continua.

A. ed E. per i COBAS

http://www.cobaslavoroprivato.it/di-ritorno-dal-kurdistan-confine-con-la-siria/

 

 

 

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