Dopo il 16 ottobre: sciopero generalizzato

di Alessandro Zagaria

La grande mobilitazione del 16 ottobre organizzata dalla Fiom apre una nuova fase in cui di fatto nasce una nuova opposizione sociale che scombina le fragili geometrie della politica italiana.
Straordinaria e ampia è stata la partecipazione al corteo del 16 che ha chiuso un weekend iniziato con lo sciopero generale indetto dai Cobas scuola il giorno prima, in cui all’interno delle due manifestazioni si sono materializzate esperienze e istanze portate avanti da diversi soggetti che pongono con forza l’urgenza di unirsi contro la crisi.
Il punto di vista comune di questi soggetti è stato la registrazione del grande successo delle due manifestazioni e il fatto che dopo il 16 Ottobre si è concretizzata in Italia la possibilità di riaprire una fase di opposizione alla crisi.
La determinazione dei lavoratori si è intrecciata con i movimenti e le istanze che hanno animato negli ultimi tempi i conflitti sociali nel nostro paese.
Studenti, precari, movimenti sui beni comuni e in difesa del welfare, hanno composto un quadro eterogeneo ma comune che va rilanciato con strumenti nuovi e con l’avvio di un nuovo percorso.
La crisi globale causata non solo dalla speculazione finanziaria ma anche da trent’anni di politiche economiche neoliberiste e che sempre più si sta qualificando come strutturale e non transitoria, sta di fatto colpendo principalmente diritti, salari, politiche sociali e saccheggiando sistematicamente i beni comuni, dal lavoro alla conoscenza, alle risorse ambientali.
La crisi economica si manifesta in modo preponderante anche sulla dimensione politica. L’attacco ai diritti dei lavoratori, in particolare al diritto di sciopero e alla contrattazione collettiva, cosi’ come la ristrutturazione in senso autoritario della governance dentro gli atenei definiscono un quadro in cui Governo, Confindustria e anche buona parte delle opposizioni, vorrebbero chiudere del tutto gli spazi di agibilità politica in cui si rivendica democrazia, bloccando qualsiasi forma di espressione del conflitto sociale e del dissenso.
Quello che sta avvenendo a Pomigliano d’arco, è indicativo di una nuova forma di comando che subordina l’intera vita quotidiana alle esigenze della produzione cancellando in un colpo solo diritti sociali conquistati in decenni di lotte.
Non possiamo più rimandare la necessità di costruire momenti di cooperazione sociale dal basso tra soggetti diversi che, però, perseguono obiettivi comuni in cui traspare con forza l’urgenza di rilanciare istanze da sempre troppo frammentate.
Per questo ritengo che sia molto importante riaprire il dibattito e porre al centro dell’agenda politica la richiesta di indire al più presto uno sciopero generale.
Credo che lo sciopero generale sia un passaggio decisivo nella direzione della ricomposizione e generalizzazione delle lotte.
Non uno sciopero simbolico, ma uno sciopero ad oltranza, generale e generalizzato in grado effettivamente di bloccare un intero paese coinvolgendo i sindacati e le nuove soggettività in movimento.
E’ importante che la proclamazione di uno sciopero generalizzato sia accompagnato dall’esigenza di aprire un ciclo di lotte in cui sia centrale la questione del reddito sociale che, rappresenta un terreno ideale di ricomposizione di vari segmenti di lavoro parasubordinato e autonomo.
Il reddito sociale non è una forma assistenziale, ma è una garanzia fondamentale che operai, studenti, ricercatori possono utilizzare per rifiutare la precarietà.

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