Il futuro dei lavoratori della Timac è anche il nostro

In queste ultime settimane sembra ci sia un certo affanno da parte degli enti preposti per cercare di risolvere la vertenza dei lavoratori della Timac che,dopo la chiusura e il sequestro della fabbrica da parte della magistratura a causa della mancata bonifica,rischiano di perdere il posto di lavoro.
Quello che bisogna capire è quanto questa presunta mobilitazione istituzionale attorno a questa triste vicenda, che rischia di lasciare definitivamente a casa oltre 50 lavoratori, sia realmente sincera o come al solito un modo per cercare di prendere tempo senza trovare realmente una via d’uscita.
Perché in questa storia di tempo se ne è perso fin troppo per poter pensare che all’improvviso qualcuno,in una situazione così critica, abbia la bacchetta magica per risolvere la situazione.
Infatti i problemi della Timac con il suo corollario di inquinamento e impatto ambientale devastante sul territorio non risalgono certo a due anni fa quando c’è stato da parte della magistratura il primo sequestro dello stabilimento con la possibilità della facoltà d’uso (cioè con la possibilità per l’azienda di continuare a produrre).
Bisogna andare indietro nel tempo e soffermarsi su una serie di episodi avvenuti tra il 2012 e il 2013 che riguardano la Timac per comprendere quanto l’azienda e soprattutto le istituzioni fossero al corrente dell’impatto nocivo sulla città.
In particolare vorremmo far riemergere un episodio avvenuto nell’ottobre del 2012 durante un sopralluogo dei tecnici dell’Arpa dove furono riscontrate una serie di criticità dovute soprattutto alle emissioni di acido solforico nell’aria, alle difficoltà da parte dei tecnici di raggiungere tutti i punti emissivi a causa dell’elevata polverosita’ presente.
Inoltre i punti emissivi risultarono sprovvisti della configurazione secondo norma per l’effettuazione dei campionamenti e non fu possibile verificare il nastro cantina(dove avviene la reazione della fosforite macinata con acido solforico) a causa della presenza di emissioni fuggitive di acidi.
Per questo l’Arpa intimò all’azienda il ripristino delle anomalie entro i successivi 15 giorni altrimenti sarebbe scattata la chiusura dello stabilimento.
Di questa vicenda non se ne è mai saputo più nulla; ci fu l’intervento dell’allora Assessore all’Ambiente Cannito (fratello dell’attuale sindaco) che rassicurò la città sulla rimozione delle anomalie dopo un incontro con l’azienda e le rappresentanze sindacali.
Non abbiamo mai saputo su quali basi tecniche l’assessore Cannito prese per buone le parole dell’azienda visto che successivamente non ci fu l’intervento di nessun organo competente con la redazione di una relazione tecnica e ne’ un piano di investimenti in grado di garantire la sicurezza sia dei lavoratori che della popolazione.
Facendo riemergere questo episodio vogliamo sottolineare che non ci si può fidare certo delle parole del responsabile delle relazioni esterne della Timac dott. Carmaiora sulla disponibilità a trovare una soluzione per i lavoratori dopo che si è deciso di far partire la procedura di licenziamento e non aver in questi due anni ottemperato alla bonifica.
Come non ci si può fidare della classe politica di questa città che in tutti questi anni ha avuto la possibilità, e non lo ha fatto, di poter pianificare e realizzare una riconversione del tessuto produttivo che garantisse unicamente la salvaguardia dei lavoratori e non delle produzioni nocive.
Gli unici che oggi dovrebbero avere voce in capitolo in questa vertenza sono coloro che hanno subito gli effetti devastanti dal punto di vista ambientale e sanitario di scelte industriali scellerate e cioè i lavoratori e la popolazione barlettana.
Oggi purtroppo i nodi sono venuti al pettine e l’unica possibilità che si ha nel breve periodo di poter far lavorare le maestranze è di impiegarli nella bonifica che,vogliamo ribadirlo ancora una volta,deve essere realizzata con i soldi della Timac.
Non ci sono nell’immediato altre soluzioni anche se il Sindaco Cannito deve incominciare a ragionare su come poter dare un futuro a questi lavoratori.
Una risposta potrebbe arrivare dalla chiusura del ciclo dei rifiuti attraverso l’attuazione della delibera Rifiuti Zero chiusa da alcuni anni in un cassetto dell’ammInistrazione comunale e l’unica proposta in grado di garantire occupazione di qualità e tutela ambientale.

Collettivo Exit

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