L’arresto di Vincenzo Vecchi

Pubblichiamo questo commento di Mario Gangarossa sul recente arresto di Vincenzo Vecchi, uno dei compagni condannati per Genova 2001.


Hanno arrestato un black bloc. Un anarchico. Uno sfascia vetrine. Uno “che spingeva gli altri ad agire”, uno che lanciava “bottiglie, sassi e molotov”. Vincenzo Vecchi.

Nessuno di quei tanti che in questi anni hanno scritto libri, fatto film e riempito le pagine dei giornali sui giorni della mattanza di Genova, ha alzato il culo dalla sdraio e si è sentito in dovere di far trapelare un benché minimo segnale, non dico di solidarietà, ma almeno di preoccupata attenzione.

La narrazione di quelle giornate deve seguire lo stesso canovaccio di sempre. Chi manifesta ha dignità politica solo in quanto vittima degli “eccessi”, delle “esagerazioni” degli “abusi” di qualche poliziotto che è andato oltre i suoi “compiti istituzionali”.

Sei un “buon” manifestante se ti fai rompere la testa, se finisci in galera, se ti inginocchi e chiedi “giustizia” a chi è preposto a somministrartela centellinandola col contagocce dei tempi necessari a “fare chiarezza”.
Se “scegli” la strada della “violenza” sei un provocatore, un infiltrato da isolare, un agente pagato dalla digos che, in quanto a disponibilità economica, fa concorrenza a Soros.
Sei un “punk bestia”, come fu bollato Carlo Giuliani dalla stampa canaglia fin quando non fu chiaro che non si era ammazzato da solo sbattendo la testa contro un estintore.

Niente di scandaloso. Lo Stato si difende con i metodi di sempre. Perseguita i suoi “nemici” fin quando non li ha puniti come si deve e non perché siano pericolosi per la sua sicurezza.
Li perseguita perché non può permettersi il confronto sul terreno della violenza, sia pure quella rivolta contro qualche vetrina infranta e qualche cassonetto dato alle fiamme.
Non può permettersi che venga messo il discussione il suo monopolio esclusivo sull’uso della forza “legalmente autorizzata”.
Una forza che va democraticamente limitata, perfino aspramente criticata, ma alla quale non è permesso opporsi.

Il diritto a regolamentare il conflitto sociale “manu militari” comporta, come naturale conseguenza, il “dovere” di vendicarsi su chi ne ha contestato il principio.
Comporta la galera per educare, non chi si è opposto alla repressione di ieri, ma chi potrebbe opporsi a quella di domani.

I sassi non si lanciano e le molotov non si usano. Mettetevelo bene in testa. Mai. Mai. Mai. Sui gavettoni attendiamo ancora lumi da Zagrebelsky ma, data la confusa situazione politica, è meglio evitarli. Non si sa mai.

Ci sono armi più efficaci. Il voto per esempio. Con quello, si, che puoi far sentire la tua voce fin dentro le stanze dove si decidono le sorti del paese.
L’apriscatole, ma solo virtuale, perché, se te lo trovano in tasca, hai voglia di spiegare che ti serviva per aprire la scatoletta di sgombro che accompagna il tuo pasto di operaio.
I palloncini colorati e gli striscioni alle finestre. I banchetti e le feste alternative dove si fa “cultura” e si beve una buona birra.

Il sarcasmo ci aiuta a sopravvivere.
A me aiuta a ricordare la miseria di una sinistra imbelle e infame che ha fatto del servilismo e della conservazione dei propri “spazi di agibilità democratica”, e delle comparsate nei salotti televisivi, la ragione stessa della sua esistenza.

Vedi caro Vincenzo, condannato a 11 anni e sei mesi (in un paese dove un omicida volontario con rito abbreviato ne rischia 12), arrestato dopo 18 anni di latitanza in cui ti sei mantenuto da proletario col lavoro di imbianchino, “fregato” da brillanti poliziotti mentre abbracciavi tua figlia, la tua sorte è segnata.
Sei un anonimo proletario, come ce ne sono stati tanti, che si è ribellato e ha perso. Sei uno sconfitto.

Bene che ti vada sei un “compagno che ha sbagliato” e, poiché hai sbagliato, i “compagni che non sbagliano mai” ti lasceranno marcire in galera, come hanno lasciato marcire in galera tutti quelli che, prima di te, hanno sbagliato.
Funziona così. Di questi tempi è meglio evitare perfino una firma sotto una petizione o un post di troppo.
Si rischia di essere schedati come eversori e di non essere più accolti nella grande famiglia dei partigiani della democrazia che è innanzi tutto “moderazione” e rispetto per le cose altrui che valgono più della vita di una persona, dei suoi affetti, della sua libertà.

Ma io la firma e la faccia ce la metto perché di una cosa ho sempre avuto certezza.
Chi si ribella, in qualsiasi modo lo faccia, è un mio compagno.
Poi discutiamo dei modi, delle forme, delle opportunità e degli accidenti.
Ma quando uno finisce in galera non hai nulla di che discutere. Ne chiedi la liberazione o sei complice del suo secondino.

Libertà per Vincenzo Vecchi.

-Mario Gangarossa

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