Le responsabilità politiche del disastro ambientale – Forum Salute e Ambiente Barletta

Come ormai è prassi in questo Paese quando si parla di multinazionali che inquinano e di impatto ambientale di quest’ultime sulla popolazione, deve essere sempre la magistratura ad intervenire per mettere in chiaro qualcosa che era già chiaro da tempo.
Non ci stupisce che oggi la magistratura parli di disastro ambientale per quanto riguarda la Cementeria Buzzi Unicem di Barletta che nel 2012 ha ottenuto dalla Regione Puglia l’Autorizzazione Integrata Ambientale per bruciare 65.000 tonnellate di rifiuti all’anno.
Non ci stupisce che oggi la magistratura faccia suo un concetto espresso da tempo dai movimenti e che riguarda la trasformazione della Cementeria in un vero e proprio inceneritore in pieno centro abitato.
Da anni inoltre i movimenti e le associazioni di questo territorio hanno posto l’accento sulla pratica dell’incenerimento dei rifiuti, una pratica che riguarda un modello di sviluppo industriale che ha ricadute ambientali e sanitarie devastanti sul nostro territorio.
Molti di noi non possono dimenticare la pesante emissione di agenti inquinanti come l’NOx (ossido di azoto),  i cui livelli sono stati più volte superati secondo i limiti di legge dalla Buzzi e che i tecnici della Regione in sede AIA hanno permesso di innalzare il limite giornaliero di quelle stesse emissioni.
Per questo come Forum Salute e Ambiente abbiamo promosso la raccolta firme sulle due delibere di iniziativa popolare riguardante l’impatto ambientale delle aziende insalubri presenti in città(Timac e Cementeria) e l’adozione della strategia Rifiuti Zero per chiudere definitivamente il ciclo dei rifiuti senza più inceneritori e discariche.
Delibere che hanno coinvolto la cittadinanza, sottoscritte da quasi 1200 cittadini e consegnate pochi giorni fa nelle mani del Sindaco Cascella e del Presidente del Consiglio Comunale Peschechera affinchè vengano portate in consiglio comunale e approvate.
Proprio la classe politica di questo territorio è la vera responsabile del disastro ambientale in cui è avvitata la città di Barletta visto che in tutti questi anni non hanno mai messo in discussione le scelte produttive di aziende come la Buzzi Unicem.
A partire dal Sindaco Cascella che poche settimane fa celebrava con il direttore dello stabilimento Buzzi Unicem la piantumazione di nuove essenze arboree parlando di ambiente e di rispetto delle regole, o come il Presidente della Provincia Spina che oggi afferma che si costituirà parte civile in un eventuale processo dimenticando che proprio la Provincia guidata dal centro-destra ha autorizzato l’aumento dei rifiuti da bruciare nello stabilimento.
Siamo convinti che la magistratura debba fare il suo corso perseguendo i responsabili di questo disastro ma chiediamo anche dei provvedimenti immediati da parte della politica come la revoca dell’autorizzazione per poter continuare a bruciare rifiuti.
Non possiamo accettare che questa azienda continui come se non fosse successo nulla; questa proposta dovrebbe essere fatta propria anche dal Sindaco Cascella che in queste ore continua ad essere prudente su questa vicenda, mentre dovrebbe occuparsi di portare in consiglio comunale le due delibere da noi promosse per innescare finalmente un cambiamento radicale.

 

Forum Salute e Ambiente – Barletta

4 comments

  • Gianni Sartori

    Cari compagni, invio questo testo, risalente ad una decina di anni fa, dove si paventava la definitiva trasformazione di un ambiente naturale raro e prezioso (Lumignano e dintorni, sui Colli Berici) in “parco giochi” per frustrati , figli -legittimi o meno- della società della merce e dello spettacolo. Purtroppo da allora la situazione si è ulteriormente degradata (v. la zona sopra Nanto) e con la nascita di associazioni come “Liberici” (che nel nome vorrebbero richiamarsi ad una malintesa “Libertà”, ma sono in realtà espressione di un liberismo consumista di marca capitalista e borghese) potrà soltanto peggiorare . (GS).

    ADDIO LUMIGNANO BELLA…

    […]
    Un Paese civile e rispettoso delle proprie “radici” avrebbe tutelato in modo molto attento questo suo patrimonio [le particolari formazioni rocciose tra Costozza e Villaga], unico anche per le varietà endemiche di flora ( la Saxifraga berica ) e di fauna ( il Niphargus trevisiol). Da molti anni invece questi luoghi sono diventati una sorta di parco giochi per giovani edonisti che hanno colonizzato con chiodi a pressione e ferraglia tutte le pareti della zona, in nome dell’arrampicata “libera”, eufemismo per dire “datemi un trapano e vado dove mi pare”.

    Sulle conseguenze negative per l’ecosistema di Lumignano (pareti, covoli e ambiente circostante) provocate da questa attività eravamo già intervenuti in passato, denunciando il caso limite del Broion, con alcune stalattiti di circa due metri abbattute per far posto a nuove vie di arrampicata, (pubblicate poi con risalto sulle riviste locali di alpinismo). L’autore del misfatto è ovviamente noto agli adepti, ma l’omertà di gruppo prevale. *

    Purtroppo, anche se il ruolo di Cassandre non ci ispira particolarmente, avevamo ragione: scomparsa quasi totale dei rapaci qui nidificanti (in particolare il falco pellegrino) dato che le pareti sono quotidianamente frequentate da scanzonati arrampicatori, rarefazione della caratteristica flora dei covoli, concrezioni deturpate o addirittura divelte ecc.
    Dopo aver invaso tutte le pareti attorno a Lumignano, si sperava che fosse finita, anche perché la stessa sorte era toccata anche alla scogliera sopra Barbararano e a quella di S.Donato.

    Invece ormai anche le pareti dei Covoli di Castegnero sono state ricoperte di chiodi a pressione, placche metalliche, catene per sicura.**
    Va ricordato che in questa zona, oltre a rapaci notturni -allocco- e diurni, al corvo imperiale e al picchio muraiolo (nel periodo invernale) in passato sono stati visti nidificare alcuni esemplari della rara rondine rossiccia (Hirundo daurica), diffusa soprattutto in Grecia e nella Penisola Iberica e quasi inesistente in Italia. Da quando era iniziata la colonizzazione dei Covoli di Castegnero sembrava proprio essere scomparsa. Così come era già avvenuto a Lumignano la vegetazione in prossimità e sulle pareti è stata estirpata. Sono quindi scomparsi anche rari esemplari di Saxifraga Berica, Campanula carnica, Lythrum hyssopifolia, Gnaphalium luteo-album, Adiantum capillus-veneris, Athamanta turbis…

    Le pareti beriche rimangono frequentatissime anche nei periodi di nidificazione. E quando l’arrampicata viene giustamente limitata a Rocca Pendice (Parco Regionale dei Colli Euganei) aumenta il numero dei “F.C.” [Free Climbing] che si riversano a Lumignano.

    Si conferma il fallimento del progetto di “autodisciplina” o autoregolamentazione (si può chiedere ai banditi di controllare gli assalti alla diligenza?) e anche la responsabilità morale di quelle associazioni che si occupano di alpinismo (ma evidentemente non di tutela ambientale) che hanno favorito lo sviluppo di una attività devastante per l’ambiente fragile della scogliera. ***

    Quanto alla pubblicazione di una “guida” per le arrampicate (l’autore è un noto cultore del trapano in parete) potrebbe rappresentare la pietra tombale per gli ecosistemi del versante sud-orientale. Dato che gli editori si dicono impegnati nella “difesa della Terra”, ci sembra lecito chiedere maggior coerenza e meno antropocentrismo, almeno in futuro. ****
    Unica soluzione, a nostro avviso: interdire ogni attività di F.C. (arrampicata “libera”) e rimozione della ferraglia per restituire un po’ di dignità alle pareti. Soprattutto STOP ad ogni nuova colonizzazione. Non mancano a livello europeo norme legislative in grado di proteggere un habitat così particolare; esiste anche una normativa che tutela le aree carsiche e i Colli Berici (con centinaia di covoli, doline, grotte …) vi potrebbero rientrare sicuramente.

    Elena Barbieri Gianni Sartori
    Movimento UNA (Uomo Natura Animali)Vicenza

    Aggiungo qualche nota di aggiornamento:

    * Da parte dei FC si sostiene (omertosamente dato che sanno chi è stato) che le stalattiti sarebbero “cadute da sole”. Ma guarda la coincidenza! Rimangono al loro posto per parecchie centinaia di anni e poi, tutte nello stesso periodo, “cadono” proprio quando le pareti del Broion vengono colonizzate da questi soidisant alpinisti e “amanti della natura”…
    In realtà il taglio è perfetto e ora dove prima stavano le stalattiti passano alcune cosiddette “vie”.

    ** Al limita del ridicolo i patetici cartelli stradali (come altro definirli) che in vari punti dei Colli indicano la “mini-palestra di roccia”: un parco giochi, appunto.
    *** Tra le ultime, devastanti, colonizzazioni quelle sopra Nanto, verso casa Leonardi, con tavolini ricavati abbattendo alberi, serie di scalinate dove prima la folta vegetazione consentiva la nidificazione (uno degli idioti responsabili ha raccontato di aver anche trovato un nido -di rapace, si presume- ancora con le uova, ma “abbandonato”. No comment…), eliminazione radicale di ogni arbusto (anche quelli protetti: pungitopo, scotano…) e fitta chiodatura dove prima si abbarbicavano edere quasi centenarie.
    Ulteriore aggravante: circa quattro anni fa, prima che iniziassero a disboscare, qui aveva nidificato una solitaria coppia (e presumibilmente l’ultimissima sui Colli Berici) di rondine rossiccia.

    ****Ennesimo scempio: la recente chiodatura anche nella Grotta della Stria, uno dei luoghi più affascinanti, almeno prima della colonizzazione, dei Colli Berici.
    Quanto ai ”Liberici”, anche se qualcuno si definisce “libertario” (perdonate loro, non sanno nemmeno quello che dicono oltre a quello che fanno!) e “insofferente di ogni limite imposto dall’autorità”, sono in realtà portatori (inconsapevoli ?) del virus “anarco-capitalista” (roba da far inorridire Durruti e Malatesta, chiaro), pionieri della definitiva trasformazione in merce (più o meno spettacolare) dell’esistente.
    Sembra proprio di doverlo dire: Lumignano e dintorni si sono ridotti a sfogatoio (“discarica esistenziale”?) di chi, evidentemente frustrato per una sua vita fasulla, artificiale , virtuale…cerca compensazioni e viene a sfogarsi (appunto!) “in mezzo alla natura” fregandosene dei danni collaterali delle sue ingombranti attività (invece di lottare contro il sistema che lo ha addomesticato, ma sarebbe chiedere troppo, ne convengo) e portandosi appresso tutta l’immondizia, anche simbolica, ingerita (per ulteriori chiarimenti si consiglia l’attenta lettura de “La Società dello Spettacolo” del compianto G: Debord; leggere anche tra le righe).
    E concludo con la solita raccomandazione: “Ma perché non andate ad arrampicare sui piloni dell’autostrada?”
    G.S.

  • Gianni Sartori

    Una Nota

    Tra altre varie amenità, in un comunicato del CAI si leggeva:
    “La Sezione CAI di Vicenza ha rilevato che i dati emersi dagli studi degli specialisti incaricati dalla Provincia (punto 2.6 habitat 8210 del documento “Relazione di studio su vegetazione e fauna), indicano che le formazioni erboree stanno bene; in particolare la specie endemica rara “Saxifraga Berica” “appare in buono stato di salute”. Questo indica che la convivenza con le attività di arrampicata non è andato a detrimento di queste specie e che pertanto la frequentazione delle aree da parte degli arrampicatori non ha alterato quei terreni che risultano essere il naturale habitat delle specie in oggetto. Inoltre, nel documento della Provincia si precisa che la “Saxifraga Berica” cresce in anfratti umidi ed posti prevalentemente in ombra. Si tratta di zone che nei Berici non risultano interessate da qualsivoglia attività di arrampicata, che in genere si svolge su versanti soleggiati e non su anfratti”.

    Bene, una serie di sciocchezze. Intanto perché la Provincia di Vicenza non ha mai brillato per particole rispetto dell’ambiente e ha saputo anche utilizzare vari “esperti” (prezzolati, ingenui…?) per giustificare interventi poco eco-compatibili.
    Vedi a titolo di esempio cosa hanno combinato al Lago di Fimon per “valorizzarlo”: letteralmente spostato il canneto dal lato di Lapio verso quello di Pianezze-Villabalzana facendolo praticamente sparire (insieme al tarabusino e altri volatili qui nidificanti). Quanto alla saxifraga esige un’ampia documentazione fotografica che dimostra come crescesse, talvolta anche abbondante, anche su pareti e covoli ora invasi dai FC. E’ vero che vive di luce indiretta, ma avendo tagliato quasi tutti gli alberi sotto e lungo le pareti (trasformando la base delle parete in soleggiata area balneare; si portano su anche le poltrone di plastica per riposare…) anche l’ombra è sparita e la saxifraga o si secca e muore o sopravvive a stento.
    D’altra parte è chiaro che a questi interessa solo arrampicare sempre e comunque e che gli “esperti” vengono citati solo se e quando fa comodo.
    GS

  • Gianni Sartori

    Ripropongo questo articolo, scritto anche per rispondere a chi aveva contestato il mio intervento dell’anno scorso su “L’alpinismo: una prosecuzione del colonialismo con altri mezzi?”. Evidentemente chi ormai vive di Montagna (o meglio, come già detto, della sua mercificazione spettacolare) non accetta che il suo stile di vita (e quello degli sponsor) venga messo in discussione. Ma il motivo contingente è anche un altro. Forse incautamente avevo ironizzato sulle “settimane bianche” in Pakistan. Leggo oggi su la Repubblica che un noto esponente politico (stando ai miei parametri, sostanzialmente di centro-destra) andrà appunto in Pakistan a fare dell’heliski (una delle attività meno ecocompatibili tra quelle svolte sulle Montagne).
    Dirò solo che si chiama Matteo, indovinate voi quale dei due…
    GS

    MA SONO MORALMENTE ACCETTABILI LE “SETTIMANE BIANCHE” IN PAESI SOTTOPOSTI A REGIMI MILITARISTI E REPRESSIVI?

    Gianni Sartori

    A voler essere irriverenti, scanzonati, magari leggermente cinici si potrebbe anche dirlo: “Ah! Ecco perché gli elicotteri di soccorso (militari o comunque gestiti dall’esercito) non arrivavano – o arrivavano in ritardo – per soccorrere gli spavaldi occidentali in gita sulla neve!”. Servivano ad altro evidentemente. Quando non li usano per colpire – anche con gas letali – le popolazioni indocili (come nelle città di Dera Bugti, Mashkai, Awaran, Nisarabad, Panjgur… bombardate e ridotte in macerie), sono utilizzati per scaricare in mare dissidenti e oppositori. Meglio se beluci.
    Per saperne qualcosa di più in merito alla sostanziale “pulizia etnica” con cui i governi pachistani intendono mantenere nei limiti di norma (i loro limiti di norma , beninteso) la questione Belucistan, conviene andare a rileggersi l’articolo di Francesca Marino (Espresso del 3 novembre 2019, “Gettati in mare dagli elicotteri: il Pakistan come l’Argentina golpista”). Ricordando anche che il Pakistan è al secondo posto (dopo il Qatar e prima della Turchia) tra i paesi destinatari della vendita di armamenti italiani.
    Un passo indietro. Messo alla gogna per un pacato intervento sull’alpinismo come ipotetica prosecuzione del colonialismo, ho lasciato perdere avendo altro (molto altro, vedi il Kurdistan) di cui occuparmi.
    Tuttavia rispolverando le mie – per quanto frammentarie – informazioni sul Pakistan, ho ripescato cose che già sapevo, ma su cui non mi ero mai soffermato più di tanto.
    Per esempio sui beluci che vivono una situazione analoga a quella dei curdi in Bakur, i territori sottoposti alla Turchia (ma non solo; non è che nel Rojhelat – territorio curdo sottoposto al regime iraniano – se la passino tanto meglio, come del resto succede ai beluci “iraniani”).
    Tra l’altro ho ritrovato un mio vecchio articolo (vedi “Gli USA ridisegnano (a tavolino!) un nuovo Medioriente. Un tentativo di strumentalizzare le lotte per l’autodeterminazione di curdi e beluci?” – 21 gennaio 2007, dovrebbe essere ancora in rete) dove appunto tali analogie – per quanto non approfondite quanto meritavano – si intravedevano tra le righe.
    In sostanza, se inizialmente parlando di “colonialismo” mi riferivo più che altro all’aspetto culturale (diffusione del consumismo, spettacolarizzazione e mercificazione della Montagna, degrado ambientale…) ho dovuto prendere atto che forse eravamo di fronte a forme di colonialismo classiche: investimenti economici, controllo delle classi dirigenti (della comprador bourgeoisie), accordi militari…

    Sia di quello occidentale nei confronti di paesi del – cosiddetto, molto cosiddetto – “terzo mondo”, sia di quello “interno” operato da Stati – come appunto il Pakistan o la Turchia – nei confronti delle popolazioni minorizzate (“minoritarie” non rende l’idea).

    MA “IL PREZZO DELLA CONQUISTA” CHI LO HA PAGATO VERAMENTE?

    Non mancavano i precedenti. Anche leggendo il libro-intervista con Lacedelli di Giovanni Cenacchi sulla conquista del K2 nel 1954 si comprende – al di là delle intenzioni degli autori – quale fosse la reale posta in gioco.
    Nonostante scelga di non approfondire più di tanto (pag. 115: “è questo un argomento su cui non è possibile trarre conclusioni certe” sic!) sui rapporti tra il governo italiano e quello pakistano dell’epoca, l’autore non può ignorare che le imprese italiane (tra cui spiccava la nota, per qualcuno famigerata, Impregilo)*, utilizzando sia finanziamenti governativi, sia quelli della Banca mondiale, ebbero in appalto le “grandi opere”. In particolare quelle da realizzare nel bacino dell’Indo (dighe, canali, infrastrutture…) come la monumentale diga di Tarbela. Senza escludere altri benefit (politici, economici, commerciali…forse anche militari) in cambio del permesso per la spedizione.
    Ma – per restare in clima coloniale – si va completamente fuori del vaso con il tentativo di giustificare Lacedelli & C per le problematiche sorte con i portatori hunza
    Le definisce un “tema d’atmosfera (a cosa si riferisce, forse a quella rarefatta delle alte vette??? nda ) che può imbarazzare nel racconto del nostro alpinista ampezzano”. E fustiga (pag. 90) preventivamente gli eventuali buonisti radical-chic con parole che riporto per esteso e che si commentano da sole:
    “Una retorica etnologica e terzomondista che affligge ancora oggi molte relazioni d’alpinismo extraeuropeo dipinge a volte l’indigeno di montagna come un “buon selvaggio”, generoso e sorridente, povero di beni materiali ma ricco di una spiritualità da cui noi ricchi occidentali dovremmo imparare valori rimossi . Il ricordo che Lino Lacedelli, montanaro tra i montanari agli antipodi culturali delle sue Dolomiti, ci consegna a proposito di hunza e balti è tutt’altro che edificante e “politically correct”. Tra i coolies della lunga carovana del K2 non mancavano soggetti affidabili e ammirabili, certo. Ma la maggior parte pare fosse costituita da fannulloni, scioperati e scioperanti, bugiardi, pronti a darsi malati e a fuggire alla prima occasione, non senza aver rubacchiato dalle italiche tasche. Lacedelli ricorda che a volte “era necessario prenderne uno o due da parte e usare la piccozza” (…). Fin qui note di colore (…)”. **
    Di colore? O forse intendeva “di dolore”?
    Lacedelli & C – poveretti! – saranno anche stati figli del loro tempo, ma tali frasi vengono scritte e pubblicate nel XXI secolo (il libro è del 2004).
    Capite ora perché insisto: gli alpinisti, così come i loro parenti stretti, i turisti, è meglio se ne restino a casa loro. Dovunque vanno fanno solo danni, morali e materiali.

    Si parva licet…

    Con tali premesse, a questo punto anche la sostituzione di un ponte in legno con uno in acciaio può assumere valenze differenti da quelle di un intervento umanitario. Magari una forma di “pubblicità” che rinvia a futuri accordi commerciali, appalti e commesse. Per non parlare del fatto che tale ponte, oltre ai fuoristrada per raggiungere comodamente il villaggio turistico, consentirà il transito anche a blindati e affini. Non si sa mai, visto che non ci troviamo nella tradizionalmente neutrale Svizzera, ma nella Repubblica islamica del Pakistan. Il Paese che avrebbe (condizionale d’obbligo) ospitato per anni a Abbottabad il latitante Osama Bin Laden (nonostante Islamabad ricevesse sostanziosi aiuti militari anche dagli USA). Il Paese che mantiene tuttora in carcere, sottoponendolo a torture, Shakil Afridi, l’incauto medico che nel 2011 avrebbe (sempre col condizionale) fornito alla Cia le informazioni (e il dna) che avrebbero consentito ai Navy Seal l’eliminazione fisica dello sceicco.

    Per non parlare della difficile situazione sanitaria che non si risolve certo con qualche donazione e creando ulteriore dipendenza e subalternità.
    Per dirne una, quest’anno una epidemia di Hiv ha colpito centinaia di bambini (di famiglie povere, particolare non secondario) a Ratodero.
    Le accuse nei confronti di un pediatra che avrebbe riutilizzato le stesse siringhe (evento peraltro probabile) avevano lo scopo di minimizzare la gravità della situazione. Con centinaia di dentisti, barbieri e paramedici che operano direttamente in strada, senza rispettare – anche volendo – procedure e protocolli e utilizzando strumenti non sterilizzati. Del resto la possibilità di cure adeguate per gran parte della popolazione, soprattutto la più diseredata, sta diventando un lusso inaccessibile e ci si arrangia come si può.
    Ma su questo la popolazione, i sindacati, le associazioni si stanno già, per quanto faticosamente, riorganizzando.
    Anche recentemente si sono avuti scontri tra manifestanti (medici, operatori sanitari, parenti di malati…) e polizia, con numerosi feriti e arresti, davanti a cliniche e ospedali per protestare contro la nuova legge RDHA che promuove la privatizzazione della sanità.
    Concludo. Nel secolo scorso si praticavano forme di boicottaggio nei confronti dell’apartheid di Pretoria e – ancora oggi – della pulizia etnica di Ankara contro i curdi (qualcuno rammenta la la spinosa faccenda della Turban?). Allo stesso modo – almeno credo – si dovrebbe agire nei confronti di Islamabad che – tra le altre cose – perseguita e opprime i beluci (decine di migliaia le persone torturate e i desaparecidos, oltre alla sostituzione etnica in stile cinese, come in Tibet).
    E ovviamente la prima forma di boicottaggio è quella del turismo. Sia alpinistico che sciistico, escursionistico o magari balneare. Quindi, niente settimane bianche sulle vette pakistane più o meno inviolate. Pensateci, ma non limitatevi a questo.
    Resta comunque improbabile che tali argomenti tolgano il sonno a quanti vivono di Montagna. O meglio, della sua rappresentazione spettacolare (vedi operatori turistici, documentaristi, scrittori “di montagna”… e affini). Ormai ridotti a propagandisti sponsorizzati – direttamente o indirettamente – dell’ideologia della stessa. Un tanto al chilo.
    Gianni Sartori

    *nota 1: Attualmente denominata Salini-Impregilo, è stata oggetto di una denuncia all’Ocse da parte di Survival International per la realizzazione della Gibe III, la più grande diga africana. Devastante per l’ambiente e le popolazioni locali.

    **nota 2: A parte un possibile riferimento polemico al libro di Ralph Bircher “Gli Hunza”, va segnalato l’abbinamento – con intenzioni offensive – di “scioperati e scioperanti” (neanche il diritto di sciopero per gli indigeni?) e l’utilizzo – coloniale DOC – del temine “coolies”.
    Come è noto i coolies vennero sfruttati, maltrattati e malpagati (oltre che in Asia, in Australia e negli Stati Uniti) fino al XX secolo per i lavori più faticosi e malsani.
    Quanto alle piccozzate pare che all’epoca non scandalizzassero più di tanto. E forse ancora oggi non scandalizzano abbastanza. Meno, sicuramente, di quelle inferte nel 2014 da due escursionisti polacchi alla capanna “Info Mont-Blanc”.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *