Le Ultime ore di Sakineh

di Francesco Gimignano

Sakineh Mohammadi Ashtiani, nata a Teheran nel 1967, iraniana, condannata a morte nel 2006 per adulterio.
Il caso diplomatico che è seguito alla sua condanna a morte per lapidazione da parte del governo iraniano, è uno dei temi di maggior attualità. Il problema nasce dal fatto che, in un mondo ormai globalizzato e civilizzato come quello in cui attualmente viviamo, non possono esistere Paesi ancora così degradati in cui una donna, e, in generale, chiunque, venga condannato a morte solo per il sospetto di aver commesso un reato.
Dal momento in cui il giudice ha dichiarato la sua condanna fino ad oggi, sono nate, anche in Italia, numerose associazioni e movimenti a favore della liberazione di Sakineh. Queste sollecitazioni, purtroppo, non sono state ascoltate e, anzi, è giunta la notizia che la condanna non sarà più per lapidazione ma per impiccagione.
Non è giustificabile in alcun modo dare la pena di morte ad un essere umano, perché ciò va contro il principio fondamentale del Diritto alla Vita, cui ogni uomo è legato dalla sua nascita alla sua morte e nessuno può avere l’autorità di ignorarlo. Né può lo stato, come affermava già nel 1764 Cesare Beccaria, macchiarsi di un omicidio a sua volta condannando un suo cittadino giudicato colpevole.
Per questo motivo, la decisione della magistratura e del governo iraniano è inaccettabile da parte di ogni essere umano e di ogni altro governo mondiale.
Già in passato ci sono stati casi simili, sempre nello stesso Paese, come quello della pittrice ventiseienne Delara Darabi, condannata a morte nel 2003 e barbaramente uccisa nel 2009, dopo un tentativo di suicidio mal riuscito.
Come se non bastasse, le donne iraniane vengono sfruttate in maniera indicibile, quasi fossero oggetti, violando qualsiasi diritto umano e civile.
Tornano al caso Sakineh, l’ultima notizia (datata 29 settembre) è forse la più tragica ricevuta sinora.
Proprio mentre state leggendo quest’articolo, Sakineh potrebbe già non esserci più. La notizia , riportata sul Teheran Times, dava le fatidiche “ore contate” a Sankineh, mentre il portavoce del Ministro degli Esteri iraniano, Ramin Mehman-Parast, affermava che il processo non era ancora finito e che Sakineh poteva addirittura essere assolta (notizia quest’ultima smentita proprio dall’avvocato di Sakineh, che anzi è stato lui a dare al Times di Teheran la tragica notizia).
Questo però è un problema che non riguarda solo l’Iran ma 58 stati nel mondo che continuano ad applicare la pena capitale prevista dai loro ordinamenti. Più che accanirsi contro l’Iran e pubblicizzare il singolo caso, bisognerebbe chiedere a tutti gli stati, compresi quelli statunitensi e la Cina, di rispettare la risoluzione approvata dalle Nazioni Unite e promossa dall’Italia che chiede la moratoria universale sulla pena di morte.

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