L’emergenza ambientale in città è ormai conclamata – di Pino Gissi.

Pubblichiamo un articolo a firma di Pino Gissi sull’emergenza ambientale in città.

<<Nei giorni dell’emergenza “odorigena”, mi chiedevo quale fosse la disfunzione olfattiva che permettesse di non sentire odori. Arrivare a desiderare lʼanosmia, a questo paradosso fanno giungere miasmi insopportabili, la puzza nauseabonda, di carcasse putrefatte, come ormai acclarato dai vigili di Trani. Le piccole-grandi esperienze collettive e totalizzanti, come un fulmine, squarciano lʼanima nuda del mondo, offrendoci sempre uno sguardo panoramico, ma fisso nei particolari illuminati dalla violenza della luce come della puzza.

Fatto passare come “piccolo incidente”, lʼodore nauseabondo che ha invaso un territorio vastissimo, in particolare Barletta, come un fulmine a ciel sereno di mezzagosto, ha fatto ricordare a tutti noi le decennali esperienze di quasi ogni cattivo odore, micro e nanoparticelle umanamente respirabili, riportando allʼordine del giorno, se mai ne fosse uscito, la questione ambientale a Barletta. Da decenni, dal livello locale a quello globale, non si fa che parlare di circolarità e sostenibilità ambientale dellʼeconomia, non sapendo quasi mai da che parte cominciare, risultando ogni azione quasi ininfluente rispetto ad un destino di catastrofe ambientale che pare già scritto. Per ragionare, senza concedere alcuno spazio alla demagogia di ogni colore, è necessario far chiarezza, poiché molteplici sono le fonti di inquinamento e complesse tutte le componenti che vi concorrono. Partiamo dagli insopportabili odori: senza essere frate indovino, questi, a carattere latente, provengono dalla citata azienda di trattamento dei rifiuti animali in Trani, dal sansificio in Andria, dalla nota azienda di fertilizzanti e dalle aziende di trattamento dei rifiuti in Barletta. A margine, ma non marginali, i ripetuti fuochi di rifiuti nelle campagne. Senza considerare i roghi illegali, ognuna di queste aziende contempla materia organica nel processo industriale, e gli odori sono un naturale effetto collaterale la cui grande parte è confinabile e captabile da opportuni filtri. Come dichiarato dalla stessa azienda protagonista dellʼultimo, inverecondo, episodio “cʼera un guasto al sistema”. Che i guasti nelle aziende si ripetano e non vengano ancora registrati i dati odorigeni dalle centraline, permettendo nei casi limite di determinare una causa-effetto, è una grave mancanza delle varie Amministrazioni a tutti i livelli, dovuto al virus della “non è mia esclusiva competenza”, incrocio tra il batterio del cʼmʼnʼfr.k e la peste del fettʼiʼfettʼtou. Sgombriamo dunque il campo dalla vulgata: la puzza della cementeria che brucia di tutto. Queste sono affermazioni gratuite ed espresse nella totale ignoranza. Necessaria la chiarezza anche qui: prima della possibilità, offerta da generose leggi di rendere più remunerativa la produzione di cementi, di bruciare CDR (combustibili da rifiuti), il problema della cementeria erano gli strati di polvere che lasciava su terrazzi e balconi. Con aspiratori e filtri nei reparti e lʼedificazione della nuova megaciminiera dotata di filtri multistadio “secondo la migliore tecnologia disponibile”, il problema delle polveri, come degli odori e degli inquinanti è stato drasticamente ridotto e, pare, monitorato 24h quando in funzione e sempre contenuto nei limiti di legge. E qui il problema si complica maledettamente, poiché oltre la legge, è la posizione della cementeria a fare la differenza, tirandosi anche quella ancor più storiche della ex Montecatini. Su questa particolare criticità si dirà poi.

Nel quadro dello stato ambientale del territorio di Barletta, più che probabile, inoltre, la presenza di fattori dʼinquinamento nei terreni, fino alle falde superficiali e profonde, dell’area industriale (i primi rilievi piezometrici hanno individuato la presenza di quantità molto elevate di cromo esavalente); la presenza di scarichi abusivi nei canali di scolo a mare delle acque di falda superficiale; lʼassenza di adeguati sistemi di depurazione del Ciappetta-Camaggi e dei reflui delle cittadine che scaricano i loro liquami nellʼOfanto; l’asfissiante traffico cittadino.

Lʼinsieme dei fattori, oltre a far girare la testa mettendoli in fila, ha altre nefaste conseguenze, certificate da tutti i dati epidemiologici disponibili, che per malformazioni, morti premature, tumori, ridotta fecondità, ci pone in linea con i dati di territori come Taranto. In questo quadro, nei giorni dellʼemergenza “odorigena” è stato indetto un consiglio comunale monotematico sulle emissioni, salvo rimandarlo sine die alla conclusione delle indagini della Magistratura.

Lʼamministrazione comunale non può trincerarsi dietro alcun segreto istruttorio quando si parla di salute pubblica, anzi, dovrebbe dare massima pubblicità alle risultanze dei sopralluoghi della Polizia Municipale, per iniziare.

Il consiglio comunale sarebbe stato il luogo ideale per continuare a parlare del ciclo dei rifiuti incompleto (mancanza impianti di compostaggio), nessuna politica economica sugli impianti di separazione spinta, sullʼeconomia circolare e sostenibile, il riciclo e il riuso, genera la mostruosità che la plastica, che amabilmente separiamo, è quella utilizzata poi come combustibile per la produzione del cemento, come in un macabro gioco dellʼoca. E lʼenorme quantità autorizzata, 65.000 tonnellate l’anno, è di gran lunga superiore alla capacità di produzione e r.ccolt. del territorio, autorizzando di fatto lʼimportazione di CDR da altri territori e impianti. La produzione di cemento in Italia, in pratica, resta competitiva solo utilizzando CDR con un meccanismo premiante.

Le criticità specifiche di Barletta complicano ulteriormente la possibilità dʼinvertire la rotta, ma a parere personale, solo prendendo il toro da tutte “le corna che tiene” può arrivarsi a prospettarsi, senza alcuna retorica, almeno per i nostri figli un posto migliore di come lʼabbiamo subíto. Queste criticità risiedono anzitutto nella presenza delle principali industrie in questione, tutte poste in un perimetro ristrettissimo, non più a ridosso della città, ma ormai inglobate nel tessuto urbano residenziale, tanto da far passare come riqualificazione urbana lʼedificazione di complessi abitativi in aree industriali, una genialata permessa dalla Regione Puglia, certo, ma con ricadute positive, a pensar bene, solo e soltanto nellʼeventualità di un ridisegno complessivo di tutta l’area industriale, ex Montecatini ed ex Distilleria comprese. E qui arriviamo alle altre criticità specifiche, i grandi costruttori, ormai immobiliaristi di taglio, preferibilmente piccolo, che mal sopportano nellʼottica della massimizzazione del profitto la programmazione pubblica e condivisa di vaste aree edificabili. A pensar male, la strategia è quella della dilazione, la tattica è quella del pezzettino alla volta. Gli interessi dei management delle aziende, ormai rassegnati ad essere riqualificati, vanno così a coincidere con quelle dei costruttori, con un PRG ormai esaurito nellʼespansione: le aziende mantengono buoni margini di profitto sulla produzione, anche con aiutini legalizzati, e con il tempo aumenta il valore immobiliare delle aree. Lʼazione lobbistica in tal senso è arrivata da tempo nei partiti, o in quel che ne rimane, nelle “associazioni ambientaliste” farlocche nate ad hoc e nelle varie giunte susseguitesi negli anni, senza vergogna alcuna, fino ad esprimersi con punte di bronzea e compiaciuta furberia. Nessun sindaco onesto, nessun assessore coraggioso o consigliere volenteroso potrà mai incidere in questo intreccio, se non favorendo una discussione chiara, trasparente, pubblica, con idee pronte ad essere modificate dalla partecipazione alla discussione e determinazione di una prospettiva di sviluppo, poiché questo è il punto. Bisogna armare le parole col coraggio della chiarezza: lʼindustria pesante ormai in centro cittadino è una nefanda eredità del passato, di cui liberarsi per avviare su larga scala una stagione di riconversione industriale, risanamento ambientale e di recupero storico-estetico della città, aprire lʼimmaginario allʼarchitettura e allʼurbanistica contemporanea e futuribile, investire sul trasporto pubblico, sulle eccellenze storiche ed anche ambientali del territorio, riempire parole vuote come “Turismo e Cultura” con azioni sinergiche, solo tutto e tutto insieme può incidere sul futuro della città e dei suoi abitanti. Tracciato il disegno, dentro possono starci anche le industrie, ma delocalizzate, modernizzate, allʼavanguardia più di quanto non lo siano già.

La qualità dellʼambiente coniugata con la sostenibilità del territorio urbanizzato, il paesaggio da sottrarre al degrado, costituiscono le sfide con le quali le politiche ambientali ed urbanistiche sono chiamate a confrontarsi. Per un futuro più vivibile in questa città, mi piacerebbe pensare che questa amministrazione, a poco più di un anno dal suo insediamento, su questi temi di portata esiziale voglia rispondere concretamente, con chiarezza cristallina in un percorso partecipato; diversamente sarebbe perfettamente in linea con quelle che lʼhanno preceduta.>>
Pino Gissi

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