Libia Bis. Una prassi alla quale siamo tristemente abituati

Quale strada mi risparmia dalla scelta infame
di votarmi all’assassino migliore?
(Assalti Frontali – A 30 Miglia di Mare)

 

C’è qualcosa di illogico e perverso nella pratica delle politiche internazionali, volte ad “esportare democrazia”, da parte dei democratici governi occidentali. Interesse, quello per la libertà, che si manifesta soltanto al di fuori dei confini nazionali di ciascuno dei succitati Stati, protagonisti negli ultimi anni di politiche di rigore ed austerità “democraticamente” imposte a suon di repressione e precarizzazione del mondo del lavoro. Sarà un caso poi, che la salvaguardia della pace (difesa con l’uso di armi di distruzione di massa) si rende necessaria soltanto laddove sussistono interessi economici legati all’approvvigionamento energetico. È in questo scenario che, quattro anni dopo, questi eroici governi si apprestano a concedersi un bis anche in Libia, dopo il successo di quello mai terminato in Iraq. Il pretesto per una nuova offensiva in terra libica è fornito, stavolta, dall’uccisione di 31 cristiani copti di nazionalità egiziana da parte delle milizie islamiche dell’ISIS e dall’immediata risposta da Il Cairo con una serie di raid su “obiettivi militari” riconducibili allo stato islamico. Questo nuovo clima di tensione ha portato il premier libico alla richiesta di supporto militare da parte dei paesi occidentali per scongiurare l’ipotesi di un’invasione di fondamentalisti islamici a partire dalle coste italiane.

La risposta occidentale non si è fatta attendere e prontamente il ministro Gentiloni, nonostante nelle ultime ore si sia morso la lingua, ha fornito qualche dettaglio per un eventuale intervento militare in Libia, parlando già di circa 4800 uomini pronti e di un possibile ruolo di coordinamento da parte dell’Italia in caso di missione “di pace” internazionale. Ricostruendo brevemente la storia apparirà, fin da subito, paradossale il fatto che gli stessi governi che hanno destituito (nel 2011) Gheddafi, lasciando un Paese con un tasso di crescita economica pari al 7,7% annuo ridotto ad un focolaio in cui si contendono la scena sostanzialmente due fazioni, vogliano correre ai ripari con un nuovo intervento militare. È una pratica alla quale siamo già abituati quella di destabilizzare territori per interessi economici per poi trovarsi alle prese con minacce ben peggiori di governi o regimi deposti con l’uso delle armi. A tutto ciò va ad aggiungersi il fatto che in una Libia divisa tra il governo di Tripoli (composto da moderati, islamici ed alcune milizie tribali) ed un altro governo illegittimo e dichiarato incostituzionale (sostenuto da ex fedelissimi di Gheddafi), una locale fazione legata allo Stato Islamico (altro giochino fuori controllo dei democratici governi occidentali) si sia posta l’obiettivo di occupare la capitale Tripoli.

Una marea di contraddizioni ed errori (più o meno voluti) che da un lato dimostrano l’inadeguatezza di qualsiasi intervento militare internazionale e dall’altro quanto gli interessi economici di pochi manifestino la loro tragica evoluzione nella vita delle popolazioni. In primo luogo, in un contesto di piena crisi economica, un nuova “guerra” porterà ad un aggravio delle spese militari che solo in Italia passerebbero dai circa 52 milioni al giorno a 75 milioni, in un Paese con un tasso di disoccupazione in continua crescita e teatro di un assurdo indebolimento del mondo del lavoro a colpi di politiche economiche basate sull’austerità. In secondo luogo l’emergenza umanitaria sempre più ingestibile ed aggravata da un clima di odio diffuso nei confronti dei migranti fomentato da vecchie e nuove organizzazioni di estrema destra unite da un sodalizio con il più becero populismo della Lega di Salvini. Anche a sinistra quella che è un’emergenza umanitaria è trattata come un problema, il problema degli sbarchi.

Ultima ma non meno importante viene una riflessione sul piano prettamente politico. Ce lo ripetiamo da anni (ma non per questo siamo stanchi di farlo) ma non c’è neppure l’ombra di intervento internazionale in contesti in cui vengono quotidianamente perpetrati crimini contro l’umanità. Ricordiamo che la politica ed il mondo dell’informazione hanno taciuto durante l’ennesimo massacro nella Striscia di Gaza, ad opera dello stato sionista, avvenuto tra luglio ed agosto del 2014 (non che normalmente il popolo palestinese se la passi meglio, anzi…). Inoltre quasi nessun sostegno è stato dato alla resistenza curda che con mezzi limitati rispetto alle milizie dell’ISIS ha liberato Kobane e fornisce al mondo intero un modello di autonomia che le nostre democrazie possono sognarsi. È pertanto opportuno ribadire che l’odio verso etnie o minoranze religiose è creato e fomentato a regola d’arte per costruire consensi attorno a quelle operazioni finanziarie che qualcuno si ostina a chiamare “missioni di pace” in nome del capitalismo.

Collettivo Exit

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