Primo maggio a Milano. Quella rabbia incontrollabile che fa paura alla sinistra italiana ed al cittadino comune

Tra le tante certezze di chi la piazza l’ha vissuta con gli occhi dei professionisti della legalità, che paradossalmente difendono uno dei più grandi simboli del malaffare e della corruzione del dopoguerra, vorrei riportare due o tre frasi ovvie a partire da ciò che ho realmente visto tra le strade di Milano. Sicuramente queste righe non avranno la capacità di analisi espressa in qualche tweet da parte di esponenti di una sinistra decadente o degli articoli e video dei media main stream i cui giornalisti, in un caso più unico che raro, decidono addirittura di non farsi fare il dettato dalla questura per inventare favole più dannose di qualsiasi fantasiosa ricostruzione poliziesca. Come in tutte le favole che si rispettino, poi, ci sono addirittura i buoni e i cattivi nelle persone del manifestante pacifico e del black bloc. Ma veniamo ai fatti.
Quella del primo maggio a Milano è stata sicuramente una giornata ricca di contraddizioni con molteplici aspetti sui quali bisognerà lavorare dall’interno del Movimento ed altri sicuramente positivi. Rispondendo alle critiche mosse finora va innanzi tutto chiarito che la distinzione tra pacifici e violenti non esiste. Volendo partire dall’abc il più delle volte non è mai esistita. Quello del tentativo, del tutto fallimentare, di mettere pezzi di un movimento gli uni contro gli altri è forse un chiaro segnale della paura generata dall’incontrollabilità di questa massa informe che da anni porta avanti pratiche di autonomia e conflitto, ciascuno nei propri territori. In Val di Susa, nei giorni seguenti al corteo del 3 luglio 2011, qualcuno, rigorosamente dall’esterno, chiedeva di isolare i violenti. La risposta delle comunità e del Movimento NoTAV tutto fu chiara e compatta. Non c’erano violenti e pacifici e questo concetto è stato ribadito negli anni con le varie iniziative di solidarietà nei confronti di chi ha pagato sulla propria pelle il prezzo della repressione come forma di consenso nei governi democratici.
A Milano probabilmente il tentativo di divisione si è arricchito di un nuovo elemento, la rabbia diffusa, che per molti è inaccettabile in quanto emblema di un fallimento delle proprie strutture politiche di riferimento. Non è un caso che le stroncature ed i giudizi più pesanti nei confronti delle pratiche di lotta espresse in piazza a Milano vengano proprio da “sinistra”. Una sinistra in perenne crisi di identità e largamente contagiata dalla piaga del savianopensiero che, in linea con una pluridecennale tradizione socialdemocratica, da del fascista a chiunque abbia idee e pratiche diverse dalle sue larghissime vedute. A giudicare da alcuni commenti o pareri che si possono leggere qua e là sembra che sia inaccettabile per loro l’esistenza stessa di quella rabbia diffusa, sopra citata, ed il fatto che stia cercando di emergere in maniera del tutto autonoma in un blocco anticapitalista sempre più compatto e numeroso. Una nuova soggettività collettiva che renderebbe inutile ed invendibile qualsiasi favoletta elettorale.

Provando ad analizzare dall’interno la giornata del primo maggio a Milano sicuramente, come già detto, ci sono dei punti critici sui quali bisognerà lavorare. Come sempre non mancano gli inviti a dissociarsi dai danneggiamenti e dagli atti di teppismo. Sembra quasi che qualche auto in fiamme o vetrina rotta siano un danno maggiore rispetto a quello prodotto da Expo, con i suoi costi/sprechi che gravano su tutti i cittadini. Analogamente la violenza che ogni giorno si abbatte sulle nostre vite, sulle vite delle migliaia di giovani che lavoreranno gratuitamente per i sei mesi di Expo e sulle vite di tutti quei cittadini modello che si dicono indignati è ritenuta meno grave di una legittima manifestazione di rabbia. Sia chiaro, qui non si intende affermare che l’incendio di un auto possa ribaltare un intero modello di sviluppo basato su sfruttamento e precarizzazione del mondo del lavoro (ormai sinonimo di schiavitù). La violenza, se proprio la si vuole chiamare così, non è un fine, semmai un mezzo. Un mezzo per sopravvivere e rispondere alle violenze (quelle vere) quotidiane che ti spingono ad occupare una casa e provare ad emanciparti da un precariato esistenziale a tempo indeterminato spingendoti anche al di fuori del recinto della legalità. Detto ciò, il punto su cui bisognerà lavorare sarà proprio la comunicazione, all’interno e verso il mondo esterno. Qualcuno afferma che il rischio è quello che passino in secondo piano mesi di studio e lavoro di preparazione alla contestazione di Expo, anche se in realtà è almeno dal 2009 che è in moto una macchina che giorno per giorno ha prodotto informazione contro tutto ciò che girava intorno al grande evento. E bisognerà lavorare ancora tanto per tenere al centro del dibattito queste rivendicazioni. Ma il punto di partenza fondamentale sarà far capire al cittadino modello che non è la rabbia il problema, ma chi negli anni l’ha generata. Che sarebbe miope cercare di combatterla quella rabbia perché, ammesso che questo porti a liberarsi da essa, vivremo comunque tutti in una condizione di sfruttamento perenne. E questo lavoro può essere fatto soltanto rispedendo al mittente i vari inviti a dissociarsi, promossi da coloro che hanno discutibili alleati di governo in Parlamento come nelle pubbliche amministrazioni. Non cercando, dall’interno del nostro mondo, di spegnere o tenere sotto controllo quel sentimento umano che ti spinge ad azioni forti. Chiudere in uno spezzone o in una linea dettata dall’alto chi, giustamente, avrebbe voluto prendere parte alle azioni diffuse per le strade di Milano non è molto differente dalla politica che quotidianamente combattiamo con le nostre pratiche di autogestione. Prendere le distanze per tenere al sicuro le battaglie all’interno delle proprie micro realtà produce leaderismo ed autoreferenzialità. Logiche del tutto estranee al mondo dei movimenti. Sicuramente è giusto far presente che l’azione simbolica priva di un obbiettivo politico è fine a se stessa, diventa “danneggiamento” o “teppismo” per i più. Altro significato avrebbe avuto di certo provare a violare la zona rossa. Ma le spaccature per evitare di “cadere nel trappolone mediatico” non hanno senso. Risulta, inoltre, chiarissimo che ci sia stata una gestione dell’ordine pubblico studiata a regola d’arte per sbattere il mostro in prima pagina. Ma parliamoci chiaro, quando mai è successo che una sfilata colorata e pacifica abbia attratto l’attenzione dei media? Quando abbiamo deciso che fosse necessario risultare simpatici ai complici delle stesse strutture di potere che ogni giorno combattiamo? E, soprattutto, in quale occasione precisamente la stampa servile ha dato risalto alle nostre giuste rivendicazioni ed ai nostri lavori di studio per contestare grandi eventi e grandi opere inutili?

A Milano non si è trattato di “qualche violento”, ma di un intero blocco che ha resistito simbolicamente ed attuato pratiche di lotta diffuse nelle strade della città, di una piazza eterogenea in cui trovavano posto le varie istanze di lotta territoriali e l’esasperazione di chi vive la precarietà quotidiana come un lento ed inesorabile soffocamento. A Milano non si è combattuta la battaglia campale tra i movimenti e ed uno stato di cose inaccettabili, ma Milano dev’essere un punto di partenza, soprattutto, con tutte le sue criticità e cercando di non cancellare i pochi punti di forza a causa di una lettura miope della realtà.

 

Collettivo Exit

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