Quando la toppa è peggiore del buco – controreplica alle parole dell’Amministratore Unico della Bar.S.A. Michele Cianci.

In qualità di autori di “corbellerie” dette e scritte rigorosamente dalle nostre case, ci troviamo costretti a replicare alle parole dell’amministratore unico della Bar.S.A., contenute nella sua risposta alla nostra richiesta di dimissioni.
In primo luogo non vediamo cosa possa esserci di lesivo della dignità di qualcuno nell’interrogarsi sulla base di quali competenze in tematica di gestione rifiuti abbia l’avvocato Michele Cianci per ricoprire il suo attuale ruolo. Quindi, a questo punto, gli esplicitiamo la richiesta per chiarire ogni dubbio.
In secondo luogo vorremmo far presente al suddetto che le dimissioni da un’incarico in una società come la Bar.S.A., visto il suo lavoro a servizio della comunità, è legittimo che vengano effettuate da cittadini a prescindere dal livello di autostima circa il suo operato dell’amministratore unico. Ci scusiamo inoltre per aver confuso la figura di presidente con quella di amministratore unico, facendo autocritica ammettiamo di avere il terribile difetto di badare più alla sostanza che alla forma. Ma l’evoluzione di determinati comitatini ambientalisti in città ci ha dimostrato come si possa guarire da questa terribile malattia e, perciò, non escludiamo in futuro di poterlo fare anche noi.
Forse l’avvocato Cianci non lo sa in quanto neofita ma il piano per l’attuazione della Strategia Rifiuti Zero in molte realtà, dove funziona con successo, è stato redatto dagli amministratori delle municipalizzate in sinergia con le amministrazioni comunali di appartenenza. Quindi ribadiamo quanto detto in merito all’Avvocato Cianci nella precedente nota, aggiungendo che uno dei punti cardine di questa strategia è l’adozione della tariffazione puntuale che in una situazione di crisi economica, come quella causata dalla quarantena, comporterebbe un notevole risparmio sicuramente utile ai cittadini.
Tornando al motivo fondamentale della nostra nota e comprendendo a pieno l’osservazione del nostro interlocutore, secondo la quale bisogna comprendere a pieno il significato di un testo prima di esprimersi in merito, gli chiediamo: in che modo quella famosa lista può rimanere segreta se deve, in un certo senso, mettere in guardia i lavoratori dalla possibilità di contagio? A primo impatto immaginiamo che la protezione arrivi attraverso la localizzazione sul territorio di potenziali zone di contagio. In alternativa fatichiamo ad immaginare una situazione in cui l’Avvocato Cianci legga la lista e per il solo fatto di averla letta protegga i lavoratori. Inoltre, sappiamo bene e ci aspettiamo lo sappia anche l’avvocato, la diffusione di questo virus avviene con una rapidità e facilità che ci fa capire che non basta sapere chi lo ha contratto per starne alla larga.
Ma non basta. Venendo al problema più importante, quello politico e sociale che scaturisce dalla divulgazione (ad una o più persone poco importa) dell’identità dei contagiati vorremmo far presente che questo è espressione di un trend che pretende di risolvere l’emergenza in atto con un atteggiamento di controllo del tutto deleterio. In primo luogo questo tipo di approccio è stato finora utile al solo fine di alimentare isteria collettiva e caccia agli untori. In secondo luogo riteniamo che per la gestione di questa emergenza sanitaria occorrano strutture ed apparecchiature mediche (sottratte alla collettività con anni di politiche scellerate e tagli indiscriminati alla sanità), dispositivi di tutela dei lavoratori dal contagio, più che banale repressione. E per repressione intendiamo tutto ciò che parte con la pretesa di conoscere nomi e cognomi dei contagiati e culmina con il controllo sociale effettuato con droni e dispositivi di geolocalizzazione. Precisiamo all’amministratore unico di Bar.S.A. che, per noi, la sua richiesta appartiene a quel tipo di modus operandi. Riteniamo, inoltre, ma, in questo caso senza alcun riferimento all’avvocato Cianci ed alle sue parole, che ciò che viene sperimentato in di stato di emergenza spesso e volentieri si tramuta in normalità.
In merito allo starcene a casa, per quanto di un banalità disarmante, ci preme di chiarire alcuni concetti. In primo luogo nessuno di quelli che ora sono a casa lo fanno per scelta. Nel nostro caso molti di noi sono comunque stati costretti ad uscire di casa per esigenze lavorative, per gran parte della quarantena, senza disporre di dispositivi di sicurezza adeguati a proprio rischio e pericolo. Chi di noi ora o in passato è costretto a casa non lo fa di certo con il sorriso sulla faccia, appartenendo a quelle categorie lavorative non tutelate da nessun decreto Cura Italia e costretti a fare i conti con la concreta possibilità di non poter più procurarsi i beni di prima necessità.
Saremo anche un trio, ma se per mettere a tacere questo trio (per di più “gravemente ignorante”) l’avvocato ha dovuto addirittura scomodare il Santo Padre allora la nostra di autostima cresce sensibilmente. Troviamo che sia una prassi pressochè consolidata, negli ultimi anni, quella di prendere parola pubblicamente utilizzando la fede di qualcuno per dare più credibilità alle proprie parole. Il salvinismo ne ha fatto strumento di campagna elettorale, ma ha predecessori illustri dei quali tutti conosciamo il verdetto riservatogli dai tribunali della storia.

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