Recensione di “Senza chiedere il permesso – il mondo bastardo” di Ezel Alcu

Abbiamo conosciuto Ezel due anni fa nel corso di una delle iniziative organizzate dal nostro collettivo in sostegno alla rivoluzione del Rojava quando abbiamo, girato la Puglia per parlare di questo nuovo modello di società basato sull’autonomia democratica, la lotta al patriarcato portata avanti grazie ad un nuovo e rinnovato protagonismo delle donne nella vita e nella difesa delle comunità e sulla coesistanza pacifica tra diversi gruppi etnici e religiosi. Una delle cose che ci ha colpiti fin dai suoi primi interventi è stata la sua spontaneità, l’incredibile capacità di comunicare e far comprendere concetti figli di un contesto rivoluzionario spesso inesistenti nelle nostre quotidianità ed una mal celata insofferenza verso ogni forma di individualismo. Dovendo provare a dare una primissima definizione di questo libro si potrebbe dire che rispecchia proprio Ezel. Anzi, a volerla dire bene esprime a pieno Ceylan (e capirete perché soltanto sfogliando il libro o partecipando ad una delle presentazioni previste in giro per la Puglia). Leggendo le sue parole non è difficile immaginarla come se le stesse comunicando dal vivo in una discussione accesa o in un evento pubblico. Le storie racchiuse nei suoi scritti sono certamente storie personali ma ci aiutano a comprendere molteplici fattori del contesto nelle quali sono ambientate. In questo libro si racconta la resistenza di un popolo attraverso i racconti di episodi della vita dell’autrice. Allo stesso modo le vicende storiche di un intero popolo ci aiutano a capire molto di chi sta scrivendo. A qualcuno potrebbe sembrare strano ma è nello stretto legame tra l’individuo e la sua comunità che si manifesta uno dei più importanti punti di forza del movimento rivoluzionario kurdo, quel “O ci salviamo tutti insieme o ad uno ad uno cadremo…”. Nell’inevitabile intrecciarsi delle storie personali con quelle del proprio popolo è racchiuso il significato della lotta. Una lotta che, per quanto porti con sé la tragicità della guerra, è pura da qualsiasi forma di individualismo, individualismo che imperversa nella modernità capitalista nella quale viviamo, tanto da riuscire ad infestare anche gli spazi ed i luoghi in cui si dovrebbe combattere il capitalismo.
In queste storie riusciamo a cogliere elementi importanti di comprensione del livello di repressione patito nella storia dal popolo kurdo. Una realtà nella quale riuscire a farsi chiamare con il proprio nome rappresenta un’importante vittoria. Repressione talmente spietata da spingerti ad imbracciare le armi a 16 anni per amore della vita. Lo stesso che poi ti porta a scavare un nuovo buco in trincea per non privare un uccellino del suo unico riparo in km di deserto.
In queste pagine si alternano prosa e poesia senza uno schema precostituito, ci comunicano quello che Ceylan ha da dire sul come stare al mondo. Le poesie non hanno un titolo e se provassimo a chiederle il perché lei ci direbbe che non le piace “mettere un titolo che definisce una cosa con una parola sola”, il titolo “non c’è perché ognuno è libero di pensare come cazzo gli pare, non devo indicare io su che cosa devono concentrarsi, poi perde il senso perché già lo dici di che parli…”.
In questo libro c’è tutto questo e non solo, il resto sarà possibile scoprirlo sfogliando queste pagine o venendo ad incontrare l’autrice nel corso della presentazione che si terrà a Barletta venerdì 13 luglio all’interno della seconda edizione del Torneo Antirazzista.
Il libro è edito da END edizioni e sarà disponibile ai banchetti delle presentazioni oltre che nelle librerie.

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