Studenti africani, Guéant ci rende un servizio: osiamo tornare a casa nostra.

Kocoumbo, studente camerunese.
Gli africani studenti in Francia sono nel panico. Sulle labbra di tutti un nome odioso: “Gueant”. La sua circolare del 31 maggio 2011 riduce considerevolmente la lista dei mestieri accessibili ai cittadini non europei.
Se il vostro lavoro non è di uditore, contabile, ingegnere di processi e di sistemi, avete il 95% di probabilità di vedere respinta la vostra domanda di statuto di residente. Anche se siete su questa lista, le consegne ufficiose attestano una soglia di accettazione del 25%. Insomma, tornatevene a casa.
Io trovo il comunicato del ministero degli Interni penoso. Che dice il cardinal Guéant? “Ogni studente straniero desidera tornare a casa propria” al compimento della sua formazione. Nulla di razzista, né di xenofobo, né tantomeno di elettorale a prima vista. E’ piuttosto una rottura profonda con la politica d’immigrazione selettiva e il suo tanfo da mercato degli schiavi più robusti.
Panico a bordo del battello “afro-peo”: nessuno vuole tornare. Diciamo “non subito” o “più tardi, quando saremo sicuri” o “quando andrà meglio”. Questo la dice lunga sulla nostra mentalità, di tutti. Prima di tornare a casa vogliamo tutte le reti di protezione di cui abbiamo goduto qui.
Alcuni aspettano pazientemente di acquisire la nazionalità per poter rientrare per “essere sicuri nel caso che”. Quando avranno finito di scontrarsi con i plafonds de verre (*lett. “tetti di vetro”, expr. che designa l’insieme delle pratiche sociali e delle leggi non scritte che si oppongono all’uguaglianza degli individui) parigini, aspetteranno che sia infine legalizzata la doppia nazionalità per potersi muovere dalle due coste dell’Atlantico.
“Noi ragioniamo in maniera egoistica”
Talmente tipico di questa élite mondializzata – che denuncia così bene Eric Zemmour, che pretende di spostarsi ovunque ma soprattutto non vuole stabilirsi a casa propria. Noi acquisiremo dei titoli, delle competenze, ma non vogliamo metterli a profitto se non in dei paesi che non ne hanno bisogno perché ne hanno in eccedenza. E non nei nostri paesi, che ne patiscono terribilmente la mancanza.
Signori del Collettivo del 31 maggio, l’opportunità che ci è stata donata di fare i nostri studi in Francia non implica in cambio di farsi accettare come lavoratori, una volta diplomati. Noi siamo pronti a parlare di solidarietà africana, ma ragioniamo egoisticamente, ognuno per la sua piccola famiglia. Noi mostriamo tutti per la maggior parte un cinismo da bambini viziati quando invece proveniamo da regioni povere.
Tutti vogliono lo sviluppo ma nessuno tra i più intelligenti degli studenti provenienti dal Sud vuole rimboccarsi le maniche. Noi, gli studenti dei paesi africani, pronti ad ammirare il “modello cinese”, siamo sulla strada per inventare il nostro modello. Dopo “l’Africa senza gli africani”, è lo sviluppo dell’Africa senza le sue forze vive che l’emigrazione condanna.
Guéant ci fa “un bel favore”
Ed è lì il nostro dramma. Noi abbiamo avuto la fortuna di fare i nostri studi in dei luoghi che finiamo per considerare acquisiti. Ma questi luoghi sono stati costruiti per degli altri, con il sangue degli antenati di questi altri. Io smentisco i discorsi di Sarkozy e di Guaino. Il dramma dell’uomo africano non è tanto di essere entrato nella storia, è piuttosto di essere troppo entrato nella storia degli altri e di volercisi installare confortevolmente smettendo di pensare al seguito da dare alla sua propria storia.
Noi siamo un continente giovane che sembra aver abbandonato qualsiasi volontà di avvicinare il possibile all’ideale. Vedendo ciò, a dispetto delle tragedie personali degli uni o degli altri, io non posso impedirmi di pensare che è un bel favore quello che ci rende M.Guéant. L’occasione, seppur non voluta, di rientrare con i nostri cervelli, i nostri ideali e le nostre budella.
Ecco l’opportunità di cambiare i nostri paesi così poveri in tutto. Forse che noi non ci limiteremo a vedere la rivoluzione alla tv e a casa degli altri. Innoviamo, creiamo e soprattutto osiamo. Torniamo a casa nostra.
Questo studente camerunese che ha contattato Rue89 termina una tesi sulle relazioni internazionali dopo un corso universitario in Francia. Desidera restare anonimo e testimonia sotto pseudonimo. E’ preoccupato dalle difficoltà di cambiamento di statuto ma assicura di voler poi ritornare nel proprio paese.

(Da Rue89, 19/10/2011,, traduzione di Valentina Sanseverino)

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *