Syriza, Grecia, Europa. Dubbi salutari e insperate opportunità

Non abitiamo in Grecia, non abbiamo mai fatto parte di partiti politici, non siamo profondissimi conoscitori delle dinamiche economiche della, per fare nomi assolutamente a caso, Tracia Orientale o della Tessaglia, molti di noi non hanno fatto neanche greco (quello antico) alle superiori. Al massimo ci siamo andati qualche giorno in vacanza. Ma abbiamo assistito con sgomento, prima, all’emergere dei frutti avvelenati del cosiddetto esperimento greco, quando dinamiche monetarie e politiche ultraliberiste venivano imposte da Troika ed enti finanziari, e con speranza, poi, alla grande onda dei movimenti ellenici, capaci di mettere in campo un livello di mobilitazione e conflitto sociale inediti nell’europa post-anni zero. Tutto questo preambolo per dirvi che il testo che seguirà non sarà una vera e propria analisi di quello che sta succedendo nel lembo sud della penisola balcanica; di quelle in questi giorni ne avrete lette a bizzeffe (ammesso che siate riusciti a sopravvivere ai penosi e poco convincenti tentativi di salire sul carro del vincitore da parte di personaggi quanto meno dubbi); quello che ci interessa qui è cercare di far emergere le domande giuste, più che le risposte a domande non espresse e analisi fatte sull’onda montante dell’agenda setting.

Perché è fuor di dubbio che la vittoria elettorale di una formazione che si rifà in qualche modo a principi anticapitalisti e radicali pone dei quesiti importanti, indipendentemente dalla collocazione che ci si vuole dare nell’ampio spettro politico dei movimenti. Una prima reazione, quasi epidermica, parlando a livello soggettivo, è stato il contrasto tra la consapevolezza di assistere effettivamente a un qualcosa di grosso, di importante, (la vittoria elettorale di un partito di sinistra non è stato proprio un evento frequente nelle ultime decadi, almeno in Europa), con quel sacrosanto demonietto della ragione frutto delle esperienze politiche vissute o interiorizzate, a livello locale come a livello internazionale, e che in maniera brutale ci ricorda che non è lecito aspettarsi, e neanche augurarsi, cambiamenti nel sistema socioeconomico in direzioni anticapitaliste/libertarie veicolate dall’alto delle strutture di potere proprie della democrazia capitalista e di mercato.

Questione chiusa. Forse. Anzi, per niente. Perché tra un “con Tsipras verso il sol dell’avvenire” e un “Tsipras fantoccio del capitalismo” c’è un oceano di sfumature, di opportunità da cogliere e di nodi da districare che rendono un approccio così monolitico alla questione del tutto inutile. Perché se è vero che Syriza non abbatterà il capitalismo, è anche vero che i movimenti dal basso e gli esperimenti autogestionari potrebbero non essere, per così dire, autosufficienti. Guardiamo un po’ la situazione. Dieci milioni di abitanti letteralmente violentati da diktat economici calati dall’alto delle istituzioni finanziarie e dagli organismi europei di fatto partner dei primi; una guerra economica strisciante tra paesi “centrali” e paesi “periferici” condotta a colpi di politica monetaria e trappole del debito. Il corpus di pratiche e soluzioni adottate e inventate dai movimenti e dalla mobilitazione dal basso ha mostrato come creare una via diversa da quella imposta: fabbriche senza padrone, reti collettive di mutuo aiuto e supporto, ambulatori, mense e supporto legale autogestiti e popolari; frammenti di vita collettiva e pratica politica libera ed egualitaria che non possiamo non prendere come esempi concreti della direzione che una società fondata su giuste premesse dovrebbe intraprendere. E il coraggio degli attivisti ellenici risalta anche di più alla luce delle tremende ondate repressive di cui sono stati fatti bersaglio, una campagna più militare che di vero e proprio ordine pubblico, con le famigerate unità MAT e DELTA che si sono distinte per la particolare brutalità nella repressione delle istanze sociali; repressione che, come da manuale, si è avvalsa anche dei “servizi” della tristemente celebre formazione fascista Alba Dorata, una congerie xenofoba che gode spesso di una particolare benevolenza da parte delle forze dell’ordine e che ha tentato in questi anni di porsi, tra un pestaggio di migranti e l’altro, come alternativa “sociale” e nazionalista alla crisi, fungendo in realtà, come al solito, da braccio armato dell’austerity.

Combattere contro la polizia, contro il potere della borghesia greca compiacente con l’assetto ultraliberista imposto dall’alto, e combattere contro gli effetti di quelle decisioni, come già sottolineato, prese altrove dai funzionari di un oligarchia transnazionale tanto ammantata di rigido tecnicismo quanto funzionale ad assicurare la prosperità del famigerato 1%, non dev’essere cosa facile, e sebbene tutti i movimenti in ogni paese in fin dei conti si ritrovano più o meno nello stessa situazione, non dimentichiamo lo stato di profondo impoverimento della popolazione e l’estrema virulenza delle misure economiche imposte dal memorandum (“La grecia è il più grande successo dell’euro”, diceva Monti qualche tempo fa). Il partito di Tsipras, al contrario dei vecchi arnesi di ciò che rimane della sinistra parlamentare italiana, nei movimenti c’è stato, ha dato un suo contributo alle istanza provenienti dal basso, si è messo in gioco nelle strade e nelle piazze. Non sempre con esiti positivi, si è comunque posto in maniera interlocutoria con i fermenti radicali che agitano la vita politica greca al di fuori di ogni rappresentanza classica. E con questa vittoria, si è creata l’opportunità di portare un minimo livello di scontro su un terreno che è per definizione precluso a movimenti, quello istituzionale europeo. L’alleanza con la destra anti-europeista di Anel, seppur spaventosa in sé, probabilmente rientra in questo quadro: la prospettiva del tentativo di far saltare il banco a livello europeo, in maniera molto schematica, e ammettendo che l’operazione vada a buon fine, potrebbe comportare un alleggerimento delle gravose condizioni addossate sulle spalle della popolazione greca. Rifiutare i diktat economici e costringere a una ridefinizione dei termini delle relazioni economiche tra stati dell’unione e sovrastruttura istituzionale potrebbe, in linea teorica, dare una boccata d’ossigeno a una società profondamente in crisi, e che in buona parte è estranea alla rete di protezione fornita dalle esperienze di mutuo aiuto così faticosamente messe in piedi. Sul piano della politica interna, la messa a freno dei reparti di esagitati in divisa e la cancellazione delle leggi repressive, allargherebbe i margini d’azione dei movimenti, e darebbe la possibilità al governo insediatosi di rafforzare la propria azione mettendosi in relazione con le istanze provenienti dalla larga composizione sociale che è scesa in piazza ed ha agito in questi lunghi anni di crisi.

Ma sottolineiamo, potrebbe. Ci sono mille modi diversi per derubricare la questione a pura illusione. Mille cose potrebbero andare male e in fondo siamo abituati a compagini istituzionali nate incendiarie e, vuoi per malafede, vuoi per costrizioni insite nel sistema democratico borghese, reinventatesi pompieri. L’unico punto certo in questa storia è e rimane la centralità dei percorsi di autodeterminazione economica e sociale. Sia che Syriza si comporti, nella migliore delle ipotesi, da cavallo di Troia all’interno del moloch europeo, sia che si dimostri l’ennesima fregatura ammantata di rosso solo per far indorare la pillola dell’austerity, magari sotto altre forme. In quest’ultimo caso perché, va da sé, sarà l’unica alternativa rimasta; nel primo caso, perché non è pensabile aspettarsi, come abbiamo già detto, rivoluzioni impartite dal palazzo: se cambiamento ci sarà, citando i compagni della Diktio questo verrà “dalla opposizione propulsiva al governo di sinistra, un misto di richieste, pressioni, strutture indipendenti di potere popolare e di controllo sociale dei mezzi di produzione, dell’apparato statale e dei servizi pubblici, che costituisce l’unica via capace di attivare i lavoratori e i disoccupati, ma anche di permettere a questo governo di non esistere soltanto come una mera parentesi storica.” E questo comporta, da un lato, la necessità di continuare, come movimenti europei, a domandarci qual è il nostro ruolo, ad interrogarci sulle potenzialità e i limiti delle nostre pratiche e delle nostre narrazioni, e rinvigorire le nostre azioni in autonomia e coerentemente con la nostra idea di società; dall’altro, ci permette di affrontare con la giusta flessibilità, e perché no, pratico cinismo, le eventuali occasioni che si potrebbero venire a creare nello spazio pubblico e sociale.

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