Taylorismo e post-fordismo in “Noi”. Una lettura del libro di Zamjatin

Uno degli aspetti che ha segnato la fortuna della letteratura di fantascienza, o del fantastico in generale, è la capacità, quasi intrinseca e connaturata, di scegliere un tema o un topos o un qualunque aspetto presente nella scena sociale e ingigantirlo, estremizzarlo, portarlo alle estreme conseguenze. Porre in primo piano un elemento altrimenti posizionato sullo sfondo, ribaltare la situazione in maniera quasi gestaltica, e osservare il fenomeno, e le sue possibili conseguenze, da una prospettiva diversa, rendere evidenti relazioni e collegamenti ora facilmente isolabili e osservabili perché, appunto, estremizzati e ingranditi. Spesso si parla della science-fiction appunto come un genere tendenzialmente massimalista, in quanto il focus è spesso sul setting scientifico e sociale in cui si inseriscono trame narrative che molto spesso finiscono per agire direttamente o indirettamente su quello stesso setting.

Il libricino di cui vi parlo oggi, pubblicato in una nuova meritevole edizione nel 2013 dalla casa editrice Voland e che mi è capitato quasi per caso sotto mano, si inserisce quasi perfettamente in questo quadro. Scritto tra il 1919 e il 1920, ma edito per la prima volta in Russia solo nel 1988, Noi rappresenta forse la rottura più importante tra l’ingegnere-scrittore Evgenij Ivanovic Zamjatin e il regime sovietico che culminerà con l’esilio finale dell’autore a Parigi negli anni ’30 del novecento. Dotato di formazione scientifica e probabilmente uno dei più meritevoli, e dimenticati, scrittori del novecento russo post-rivoluzionario, Zamjatin, pur avendo appoggiato la rivoluzione del ’17 ed avendo subito l’esilio in seguito ad arresto durante i moti del 1905, mal tollera la piega autoritaria e conformista del nuovo regime. Prova ne è la produzione letteraria di quegli anni, che spesso prende la forma di favolette allegoriche in cui si satireggia sul neonato governo bolscevico. E a rincarare la dose questo Noi, dove, in forma di distopia futuristica e accantonando registri satirici, si racconta di una ipotetica società totalitaria attraverso il diario dell’ingegnere a capo del progetto dell’Integrale, un razzo pronto per lasciare l’atmosfera terrestre con il preciso compito di andare a “civilizzare” le altre forme di vita e imporre loro, prima con le buone, poi con le cattive, l’ordinamento assolutistico ammantato di iper-razionalità tecnico-produttiva in vigore di quello che sembra l’ultima città, anzi, l’Ultimo Stato, sopravvissuto a una devastante guerra globale. zamj

Un plot che oggi suonerebbe alquanto stereotipato, ma che negli anni ’20 aveva una sua pregnanza, visto quello che sarebbe successo dopo. E probabilmente, al di là dell’aspetto prettamente letterario, di notevole interesse peraltro, un impatto negativo con il tempo trascorso il romanzo l’ha avuto. Ma probabilmente solo a un lettura superficiale. Spesso accostato al 1984 Orwelliano, che precede e in parte ispira, si tende a considerare, giustamente, Noi come un affresco del totalitarismo, tema che ha avuto un discreto successo negli anni successivi alla stesura del testo. Ma al di là della “classicità” postuma del tema, Zamjatin coglie degli aspetti rimasti in ombra che assumono una certa rilevanza anche oggi. Il totalitarismo di Zamjatin è in qualche maniera diverso da quello del grande scrittore inglese; in entrambi l’accento sulla deumanizzazione provocata dal totalitarismo è evidente, ma dove in Orwell si sottolinea la natura di Moloch burocratico, dove la ferraginosità delle procedure apre seppur limitatissimi o semplicemente apparenti margini di resistenza individuale tra le pieghe di una macchina amministrativa per forza di cose non perfetta, in Zamjatin ciò non avviene, e quei moti interni di resistenza non sono possibili se non attraverso un elemento esterno alla società: la macchina statuale è perfetta, non c’è via di scampo, perché le premesse con cui lo Stato Unico è stato costruito sono diverse. Quest’ultimi diventa l’applicazione ultima e perfetta del taylorismo (o del taylorismo-fordismo, come viene indicato in ambito organizzativo), che trascende dal suo luogo di nascita, la fabbrica, e assurge a fondamento di tutti gli ambiti dell’umana attività. Se nella fabbrica di inizio novecento il taylorismo è quel mezzo, artatamente ultrarazionale, attraverso il quale i gesti, il movimento, la logica produttiva viene studiata, analizzata, misurata, cronometrata e riassemblata con assoluta precisione allo scopo di rendere il più possibile efficiente la produzione, nello stato unico zamjatiano diventa il fondamento ultimo di una società il cui totalitarismo è emanazione diretta di questo tipo di organizzazione. Non ci può essere totalitarismo senza taylorismo applicato alla vita intera di ognuno, sembra dirci Zamjatin e in effetti la cosa ha uno, spaventevole, senso. Lo scarto che l’operaio avverte uscito dalla fabbrica dove il suo gesto parcellizzato è stato misurato e analizzato, e la vita reale non può essere avvertito; l’alienazione non avrebbe forse materiale di paragone per la sua insorgenza, visto che tutto il campo vitale è organizzato secondo lo stesso rigido schematismo, perfezionato e interiorizzato, delle sedi di produzione.

250px-ZamjatinNella distopia di Noi la produzione è la produzione della vita stessa dello stato unico, e solo in questo modo diventa possibile la messa in pratica dell’assurda pretesa, e necessità, delle ideologie totalitarie di massa di rendere la popolazione un solo ente indifferenziato, one nation under a god direbbe qualcuno, con l’individuo parcellizzato come un gesto di fabbrica, dissolto nell’alveare il cui fine facilmente va a sovrapporsi con il destino ultimo dell’umanità tutta, della specie. Un leviatano trasparente (ogni edificio, comprese le abitazioni personali sono fatte di vetro infatti) che non domina con (troppa) violenza ma con razionalità tecnico-produttiva, che nei suoi riti civili celebra in un presente senza tempo l’unanimità con la U maiuscola (e come non pensare a certi ipocriti rituali spesso messi in piedi nelle aziende del terziario per rinforzare la “cittadinanza organizzativa”), e che ha tra i suoi simboli le Tavole del Tempo, schemi orari in cui le ore della giornata sono rigidamente sezionate e organizzate e che indicano cosa fare esattamente con una precisione che non prevede alcun scampo. Il percorso di rivolta del protagonista del libro, che non ha nome ma solo un numero come tutti gli altri abitanti, inizia solo con un intervento esterno, una donna (che qui assume il ruolo abbastanza stereotipato da femme fatale) che incarna le pulsioni del vecchio mondo, e che fa parte di una comunità esterna allo città-stato di cui gli abitanti numerati ignorano l’esistenza (e che cercherà di impossessarsi dell’astronave). Sarà poi il graduale riconoscimento di queste pulsioni (che spesso l’autore collega a tratti “animali”, come le mani “scimmiesche” del protagonista o il sorriso “aguzzo, felino” della donna) che segneranno il progressivo “risveglio”.

È interessante leggere di taylorismo estremo in un periodo storico caratterizzato dal pieno dispiegamento di quello che è stato chiamato post-fordismo. Interessante perché il libro di Zamjatin, più che sembrare opera archeologica, presenta l’altra faccia della medaglia del modo di interagire tra tempi di produzione, tempi di vita, e l’ordinamento della società. Il mondo in cui ogni ora è preposta rigidamente a qualcosa, e il mondo in cui non si ha magari un vero e proprio orario di lavoro fisso, ma un tempo di lavoro indefinito che si spalma e colonizza pian piano tutto il tempo del soggetto non sono poi così lontani. La pervasività estrema raggiunta in Noi dall’interiorizzazione dell’organizzazione di fabbrica non è così lontano forse dalla pervasività raggiunta in un epoca di produzione just in time, di produzione di informazione, dove il prodotto non è più l’oggetto, il bene, ma un servizio che è comunicazione, idea, sapere, relazione sociale, con le istanze neoliberiste che devono per forza di cose estrarre valore da questi “beni” non riproducibili in un capannone, ma nella vita reale di ognuno, spesso lontani dal luogo di lavoro classicamente inteso, per un mercato fatto di soggetti che utilizzano questi servizi spesso come supporto per quelle stesse comunicazioni, idee, saperi, relazioni sociali.

Francesco Caputo

 

“Noi”
di Evgenij Ivanovic Zamjatin
Traduzione di Alessandro Niero
Giugno 2013
Casa Editrice Voland

foto di copertina:”Cyclogram Gastev TSIT” by автор фото неизвестен, скан – собственная работа – Книга «Трудовые установки», М., ЦИТ, 1924. Licensed under Public Domain via Wikimedia Commons

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