Una mariquita linda, adios Lemebel!

Ai molti la morte lo scorso 23 gennaio in Cile di Pedro Lemebel a causa di un cancro alla laringe non dirà molto, soprattutto alla comunità lgbt nostrana così politicaly correct e perennemente impegnata ad inseguire una classe politica bigotta e reazionaria pur di strappare diritti in nome di un ipotetica uguaglianza.
Ma Pedro Lemebel è stato una figura imponente del panorama culturale del Continente Latinoamericano, un giornalista, scrittore, artista visivo e performer tra i più amati che ha fatto del frocismo la chiave di lettura della realtà.
Perché Pedro Lemebel era tutte queste cose ma anche molto altro; lui che era nato poverissimo nel fango ai bordi dello Zanjon de la Agua, il canale che attraversa Santiago e cresciuto nei quartieri più poveri e malfamati della città, dove essere omosessuali significava subire angherie e pestaggi.
Lemebel è riuscito a sottrarsi ad un destino di miseria per diventare artista, usando il suo corpo come arma di ribellione contro la dittatura fascista di Pinochet, attraversando il Paese con le sue performance in cui evocava senza peli sulla lingua il dramma dei desaparecidos e denunciava le nefandezze di un regime sanguinario.
Ma non ha mai fatto mancare il suo sostegno e la sua partecipazione alle manifestazioni della sinistra cilena e soprattutto il suo appoggio al Partito Comunista attraverso la sua grande amicizia con la storica segretaria Gladys Marin (memorabile un suo intervento vestito con lustrini e tacchi e una falce e martello dipinta sul viso mentre legge il documento/manifesto Hablo por mi diferencia).
Lemebel ha saputo raccontare il Cile degli esclusi e degli emarginati, di chi con la dittatura ha dovuto subire la repressione o l’esilio e con il ritorno alla democrazia battersi contro la cancellazione della memoria (bellissimo il suo romanzo “Ho paura torero”, in cui la vita di un militante del Fronte Patriottico Manuel Rodrguez si intreccia con quella di un travestito passionale e canterino, con sullo sfondo l’attentato a Pinochet).
Anche con la fama e la notorietà Pedro Lemebel non ha rinunciato ad essere una voce fuori dal coro, graffiante e sovversiva, rifiutandosi di farsi ingabbiare in un personaggio preconfezionato buono per i talk show.
Lemebel diceva che la società borghese non lo avrebbe mai cooptato tramite “la miserabile elemosina dei diritti civili” perché lui aveva scelto di essere “così rossa, così frocia, così piena di risentimento da collocarmi in un territorio arcaico dove non possano raggiungermi con la loro beneficenza ortopedica di uguaglianza sociale”.

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