Voci di corsia – intervista ad un’infermiera pugliese impegnata in questa emergenza sanitaria. [di S.S.A. Bari]

Riceviamo e pubblichiamo un’intervista a cura di Sportello Sociosanitario Autogestito Bari

In tv politici e giornali non fanno altro che chiamarli “eroi”, li esaltano con termini epici e guerreschi creando una dimensione immaginaria in cui un fronte divide, da una parte gli eroi, all’altro il nemico, il virus. La verità è che sia da un lato che dall’altro ci sono persone, lavoratori e lavoratrici che si prodigano per contenere l’epidemia curando altre persone, spessissimo, senza presidi sanitari di protezione. Dall’altro lato altre persone che, al netto dell’inaspettata emergenza, avendo pagato tasse per tutta una vita, potevano aspettarsi qualche posto in più in terapia intensiva, qualche ventilatore polmonare in più. Rispettiamoli veramente questi “eroi”, ascoltiamone una.

Ciao, in che struttura dell’ospedale pubblico lavori?
Lavoro presso il Pronto Soccorso di un grande ospedale pubblico pugliese.


Com’è stato l’impatto organizzativo di questa emergenza sanitaria nella struttura dove lavori? Quali sono i punti di debolezza e di forza della tua struttura ospedaliera? Insomma come ve la passate?
Dal punto di vista organizzativo, soprattutto nelle prime settimane, il reparto presso cui lavoro ha risposto in modo confuso e totalmente disorganizzato all’arrivo del virus, ciò, nonostante i tempi di organizzazione a disposizione dell’azienda fossero maggiori rispetto agli ospedali del nord Italia, considerando che la diffusione del coronavirus al sud è avvenuta solo in seconda fase. A tutt’oggi le procedure e i protocolli che il mio reparto attua continuano a cambiare di giorno in giorno e la loro comunicazione quasi mai è presentata in via ufficiale (il personale non dispone di una mail aziendale presso cui ricevere le comunicazioni), ma spesso è diffusa attraverso il semplice passa parola o scambio di informazioni informali tra i vari reparti, così può capitare che un giorno si eseguano 4 tamponi per la diagnosi di coronavirus su uno stesso paziente, il giorno successivo 2, e in altri casi uno solo, a seconda delle conoscenze personali del medico che dispone il tampone o del “sentito dire”, generando così maggiore confusione in un periodo di emergenza. Questa disorganizzazione si ripercuote anche nel modo in cui i pz vengono smistati al triage, poiché anche qui le indicazioni qualora presenti, non sono sempre chiare, per cui può capitare che pazienti sospetti, soprattutto fino a qualche giorno fa, transitassero normalmente per le sale del pronto soccorso, esponendo così i sanitari e gli altri pz al rischio di contagio; solo oggi, dopo ormai 2 settimane, sembra che le cose vadano un po’ meglio, sono stati infatti creati dei percorsi separati a seconda della sintomatolgia del pz e dell’acuità del caso, seppur siano ancora presenti moltissime crepe a livello organizzativo, penso all’assenza di un percorso differenziato tra lo sporco e il pulito, alla carenza dei dispositivi di protezione individuali, dalle mascherine ai semplici guanti, fino alle tute da indossare quando si svolge il turno presso il reparto semi-intensivo per pazienti positivi al coronavirus, costituito dove prima c’era la degenza del pronto soccorso, quasi sempre qui si ha disposizione una sola tuta per l’intero turno di otto ore e ciò rende impossibile anche il solo recarsi in bagno o bere dell’acqua. Manca inoltre la presenza di una zona filtro per la vestizione/svestizione degli operatori oltre che un adeguato sistema di ventilazione. La disorganizzazione tuttavia non riguarda solo mio reparto ma anche gli altri reparti ad esso strettamente connessi, penso ad esempio alle sale di radiologia e tac, indispensabili per quei pz che giungono in codice rosso per politrauma o ictus, succede infatti che non essendovi sale radiologiche o tac adibite per i pz gravi, che non possono attendere l’esito del tampone (in media sono necessarie 8 ore), ci si ritrovi a rimandare tali esami fondamentali fino all’esito del tampone stesso, mettendo a rischio non solo la vita del pz ma anche la salute degli operatori che si ritrovano a dover trattenere tali pz nelle sale del pronto soccorso con tutti i rischi derivanti da un eventuale positività degli stessi, generando inoltre un intasamento ulteriore del pronto soccorso.


Il Presidente della Regione Emiliano promette un’accelerazione delle assunzioni di personale sanitario vincitore di vecchi concorsi oltre che promettere e in parte attuare diverse misure di contrasto in ambito ospedaliero. Queste misure non arrivano in ritardo rispetto allo stato dell’epidemia? Non pensi che questo sia il solito atteggiamento dei politici di fare campagna elettorale su qualsiasi cosa? E’ possibile immettere questo personale e pretendere che sia qualificato per affrontare una crisi sanitaria del genere senza un minimo di formazione?
Per quanto riguarda il mio reparto, ad oggi vi è stata una sola nuova assunzione, si tratta di un’infermiera assunta attraverso un avviso pubblico di un paio di anni fa, per quanto riguarda la preparazione dei neoassunti sicuramente sarebbe auspicabile avere del personale formato, ma purtroppo non è prevista alcuna formazione per loro così come per l’intero personale, io stessa non ho eseguito alcun corso a riguardo e al momento del mio inserimento non sono mai stata affiancata. Purtroppo la formazione del personale da parte della mia azienda sanitaria non è vista come un investimento ma come una perdita economica, ciò inevitabilmente si ripercuote sul tipo di assistenza fornita ai pazienti. Per quanto riguarda l’osservazione sul tentativo di sciacallaggio politico da parte del presidente Emiliano, penso che non vi siano dubbi a riguardo soprattutto considerando l’avvicinarsi delle elezioni regionali. Certo apprezzo la sua onestà nell’affermare che il sistema sanitario pugliese sia inadeguato a questa emergenza, ma ricordo al presidente Emiliano che oltre ad essere presidente di regione ricopre la carica di assessore alla Sanità pugliese e che quindi a lui spetterebbe agire e non lamentarsi di una situazione che lui stesso ha contribuito a creare.


L’AGI denuncia un depotenziamento della sanità italiana quantificando i tagli a 37 miliardi che hanno comportato la chiusura di 350 reparti in tutta Italia. Non pensi che da questa crisi sanitaria dovremmo aver capito una volta per tutte che bisogna puntare sulla sanità pubblica e investire molti fondi su di essa?
Penso che quando questa emergenza sanitaria sarà terminata occorrerà che la politica, tutta, si assuma le sue responsabilità e venga avviato un piano di ristrutturazione del SSN che consideri la salute dei cittadini non come un macigno economico ma bensì un investimento. Tuttavia mi permetta un’altra considerazione del tutto personale, credo che affinché si possa avere una sanità efficace e capace di rispondere ai bisogni di salute dei cittadini sia indispensabile che venga rimesso in discussione l’intero sistema, e con questo non mi riferisco solo alla necessità di investimenti economici, ma anche alla necessità di rivedere il modo in cui la politica interferisce sugli aspetti organizzativi del sistema sanitario, mi riferisco ad esempio al modo in cui vengono eseguite le nomine dirigenziali, a partire da quelle dei direttori generali fino, seppur in misura minore a quelle dei dirigenti di II livello, i cosiddetti primari.

In un articolo del Manifesto si legge che “ dei circa 5000 letti disponibili nei reparti di terapia intensiva, quelli liberi per l’emergenza Covid-19 in realtà sono meno di un migliaio sul territorio nazionale”. Secondo te perché, anche tramite il tam tam sui social, girano video di persone che cantano “Azzurro” o l’inno nazionale, o di incoraggiamento verso le istituzioni, invece che espressioni di indignazione rispetto ai governi di ieri e di oggi che hanno annichilito la sanità italiana che ora è evidentemente impreparata all’emergenza?
Quando circa un anno fa lavoravo presso un ospedale del nord Italia, durante un confronto con un dottore, si rifletteva per l’appunto dei vari tagli che la sanità aveva subito e di come ciò si ripercuotesse inevitabilmente sulle prestazioni sanitarie erogate ai cittadini (ad esempio l’aumento dei tempi di attesa previsti per una visita specialistica, per eseguire degli esami diagnostici o degli interventi non urgenti, ecc.) e si discuteva anche di come sempre più spesso, sui mass media si desse sempre più visibilità ad episodi di malasanità.. Era il periodo dei cosiddetti “furbetti del cartellino”, pagine e pagine di notizie sul comportamento deprecabile e indegno di alcuni sanitari ostici al lavoro. Con questo non voglio assolutamente dire che sia sbagliato parlare della strafottenza di alcuni lavoratori della sanità pubblica, ma che per ognuno di essi ve ne sono tantissimi altri che lavorano con dedizione e sacrificio, ma che purtroppo non godono della stessa attenzione mediatica. Al termine della discussione il medico con cui stavo parlando affermò: “ ci faranno odiare la sanità pubblica per poterla cancellare”… bene, questa affermazione sollevò in me svariati interrogativi e mi portò ad analizzare quanto stava accadendo, per rispondere alla tua domanda: perché le persone dovrebbero indignarsi quando la politica infligge dei tagli alla sanità, se la stessa sanità è considerata come un ricettacolo di sprechi, in cui lavorano dei furbetti o dei nullafacenti? Perché difendere qualcosa che ci hanno insegnato ad odiare? Ci spieghi le gigantesche contraddizioni che tantissimi lavoratori hanno notato nella chiusura dei luoghi pubblici? Perché le università si e i grandi impianti industriali no?

Alla luce delle posizioni di Confindustria, che si oppone all’arresto della produzione anche non necessaria (produzione auto ecc.), non credi che l’atteggiamento del governo e dei sindacati confederali sia incoerente e sempre a favore degli industriali contro i diritti dei lavoratori?
Non vi è dubbio che i grandi industriali abbiano enormi capacità di influenzare le scelte politiche del governo e questo penso sia sotto gli occhi di tutti, basta considerare che nell’area di Milano i lavoratori impegnati in settori non essenziali che continuano a recarsi a lavoro, sono circa 300 mila, appare dunque senza alcun senso la scelta del governo di limitare ulteriormente la possibilità di fare sport all’aperto e poi allo stesso tempo permettere a 300.000 lavoratori della regione più martoriata di Italia dal punto di vista sanitario e umano, di recarsi a lavoro. Non metto in dubbio che la chiusura di tutti gli i settori non essenziali, inclusi numerosi impianti industriali, comporti un affossamento totale dell’economia italiana, ma qui ci troviamo davanti al solito bivio, che in forma diversa ma constante ci pone davanti alla necessità di scegliere tra salute/vita e lavoro/morte. Tuttavia credo si commetta un grande errore nell’imputare la colpa di questa situazione al solo governo o ai soli industriali, a mio avviso infatti c’è un’altra parte che concorre a creare questo paradosso all’italiana, mi riferisco a quella dei sindacati, sempre più al servizio dei proprietari e sempre meno al servizio dei lavoratori. I sindacati a mio avviso, hanno smesso da tempo di lottare per i diritti dei lavoratori e cosa ancor più grave hanno contribuito a creare il mito del lavoro portandoci a credere che il lavoro vada considerato un privilegio e non più un diritto.

Non pensi che i social abbiano avuto un ruolo fondamentale nel dilagare della paura?
Certo, i social hanno ricoperto un ruolo importante nel dilagare della paura, attraverso questi canali ci vengono infatti propinate una miriade di informazioni, spesso tra loro contrastanti e le cui fonti non sempre risultano chiare o attendibili. Qualche anno fa uno studio effettuato da un sito di notizie satirico “the science post” rivelò un dato allarmante ma allo stesso tempo sotto gli occhi di tutti: il 70% degli utenti di facebook legge solo il titolo di quello che condivide, lo stesso dato è emerso in altri studi. Ciò fa si che le persone possano creare le loro opinioni sulla base di un titolo, magari sensazionale, ma di una notizia falsa o non veritiera, quindi pensandoci non stupisce che la gente possa credere davvero che l’aglio abbia proprietà tali da prevenire il contagio con il coronavirus e robe simili.

Ci sono altri virus, come quello della febbre Dengue, solo per fare un esempio che, secondo il Ministero della Salute, infetta 50-100 milioni di persone ma non ha mai attirato l’attenzione dei giornali né degli stati come è accaduto per il coronavirus. Come mai queste differenza? Si può ravvedere un atteggiamento razzista, in termini di importanza, nel affrontare quella crisi sanitaria anziché quell’altra?
Partiamo dalla precisazione che non sono né un’infettivologa nè tantomeno un’epidemiologa, chiarito questo, credo che vi siano alcune differenze sostanziali tra le due malattie citate. La prima, è che la Dengue è una malattia endemica, ovvero tipica delle aree tropicali mentre il coronavirus è stato recentemente riconosciuto come una pandemia, ovvero un virus capace di esimere da una mera localizzazione geografica e capace di diffondersi in tutto il globo. Un’altra differenza che a mio avviso potrebbe aver contribuito a dare risalto al coronavirus rispetto ad altre malattie come la Dengue potrebbe essere la relativa novità del virus in questione, in quanto, mentre per la Dengue si conoscono le cause, la via di trasmissione (la puntura da parte della zanzara Aedes) e il tipo di trattamento, per il covid-19 non è ancora tutto così chiaro trattandosi di un virus relativamente nuovo. Infine, un altro fattore che potrebbe a mio avviso aver influito sulla rilevanza che il coronavirus ha assunto a livello mediatico rispetto ad altre malattie, è sicuramente costituito dal fatto che questo virus ha attaccato e si è diffuso su larga scala in occidente, in quella parte di mondo che ha sempre creduto di essere superiore per conoscenze, mezzi e strumenti rispetto al resto, e, che fino a ieri considerava la possibilità di un’epidemia in “casa propria” pressoché inesistente. Alla luce di questa ultima considerazione, ritornando alla tua domanda, credo che si, si possa ravvedere un atteggiamento razzista nel modo in cui l’occidente sta fronteggiando quella che considera la propria emergenza sanitaria.

Da subito sono partite proteste nelle carceri hanno portato la morte di 12 detenuti. Non credi che l’adozione di misure alternative possa essere la scelta più sensata in questo momento? E’ possibile garantire la salute nelle carceri o nei cpr rinomati per le condizioni igenico-sanitarie più che precarie ?
Al 29/02/2020 il Ministro della Giustizia dichiara che i detenuti in Italia sono 61.230 contro una capienza delle carceri di 50931 posti, in termini concreti dunque, dove dovrebbero esserci 100 persone ce ne sono 120. Non vi è ombra di dubbio sul fatto che l’adozione di misure alternative quali ad esempio l’arresto domiciliare per alcuni detenuti, possa alleggerire il sovraffollamento delle carceri, tuttavia, purtroppo, credo che in un momento di emergenza quale quello attuale, dove le forze dell’ordine sono impegnate a far rispettare i decreti emanati dal governo, penso al decreto “io resto a casa”, non vi sia la possibilità di destinare le forze dell’ordine ad altro. L’unica cosa che adesso potrebbe porre una soluzione al problema del sovraffollamento, e dunque all’eventualità che il contagio da coronavirus si propaghi all’interno delle carceri italiane, è a mio avviso l’indulto. Per quanto riguarda il divieto imposto ai familiari dei detenuti di far visita ai propri parenti, azzarderei un confronto con quanto sta avvenendo nella realtà a me più vicina, quella ospedaliera. Dall’attuazione del D.m i pz ricoverati presso i nostri reparti non possono più ricevere la visita dei propri parenti, ovviamente questa similutidine ha i suoi limiti, in quanto sono consapevole del fatto che la visita di un parente al detenuto, magari momento più atteso e desiderato, non sia assolutamente comparabile al non vedere il proprio parente per un giorno o una settimana per chi può farlo normalmente nella sua quotidianeità. Infine, allo stato attuale, considerando il sovraffollamento e le condizioni igienico sanitarie generali in cui versano le carceri e i cpr italiani, ad essere sinceri non credo che sia possibile garantire pienamente la salute se con questa ti riferisce alla possibilità di evitare il contagio.

Quali forme di supporto potrebbero essere organizzate al di fuori degli ospedali per combattere il contagio e contemporaneamente evitare l’esposizione delle fasce scoperte?
Penso si possano organizzare diverse forme di supporto ed assistenza fuori dal contesto ospedaliero per combattere e limitare la diffusione del contagio sopratutto nelle fasce più deboli ed esposte, penso ad esempio a servizi di spesa a domicilio per le fasce più anziane fino alla creazione di servizi di informazione dei cittadini o anche la creazione di servizi di supporto psicologico telefonico, a mio avviso indispensabili in una situazione quale quella attuale.

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