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Voci di corsia – intervista ad un OSS di un reparto covid-19 in Piemonte. [di S.S.A. Bari]

Riceviamo e pubblichiamo una nuova intervista a cura di Sportello Sociosanitario Autogestito Bari

Abbiamo realizzato una nuova intervista in continuità con il lavoro di raccolta testimonianze che abbiamo chiamato appunto Voci di Corsia. In questo capitolo troverete il punto di vista di un OSS che mette in luce, tra le altre cose, lo sforzo psicologico di chi lavora in corsia in questo momento per rimanere umani, per vincere la paura, ed essere all’altezza della situazione anche in una situazione di precarietà di mezzi e risorse.

Buongiorno, che lavoro fa e dove?
Buongiorno,
sono un Operatore Socio Sanitario e lavoro in un Azienda Ospedaliera della Città di Torino da più di un anno, ma come dipendente di uno studio associato a cui è stata appaltata la gestione di alcuni posti letto in alcuni reparti.

Com’è stato l’impatto di questa emergenza sanitaria sul suo lavoro? Potrebbe darci un quadro della situazione?
Al momento lavoro presso il primo reparto dell’ospedale che è stato aperto appositamente per far fronte all’emergenza COVID 19. Da più di due settimane la macchina organizzativa si è mossa per far fronte all’emergenza COVID 19 e disporre più posti letto in diversi reparti assegnando a ciascuno l’intensità di cura da destinare ai pazienti positivi al corona virus: bassa intensità, sub intensiva, terapia intensiva. Si è reso necessario sospendere le attività delle sale operatorie in modo tale da destinare gli spazi di degenza e il loro personale all’emergenza in questione che va ad ingolfare strutture sanitarie già di per sé oberate dal lavoro ordinario. La situazione del nostro ospedale al momento sembra essere sotto controllo nonostante l’attività frenetica delle direzioni sanitarie e coordinatori infermieristici, preparati dalla situazione Lombarda, ma con la consapevolezza che il peggio debba ancora arrivare. Moltissimi sono le raccomandazioni a un uso morigerato dei Dispositivi di Protezione Individuale in quanto all’aumentare dell’emergenza questi scarseggeranno con il rischio che per evitare l’uso di più mascherine in un solo turno, gli operatori della sanità saranno costretti a rimandare pause per evitare un eccessivo ricambio dei dispositivi in questione. Questo scenario presso il nostro ospedale non si è ancora palesato, ma è un’evenienza che dovremo aspettarci se si considera l’elevata richiesta di dispositivi di protezione individuale da parte di tutta la popolazione; leggo di colleghi, in altre regioni italiane, che sono costretti a rinunciare alla pausa e ad andare in bagno proprio per far fronte alla scarsità dei dispositivi.
Posso affermare che la situazione che sto vivendo è al momento sostenibile, ma siamo consapevoli che il peggio deve ancora arrivare, basti pensare alla mole di lavoro per i colleghi della terapia intensiva del nostro ospedale, arriveremo anche noi a turni di 12 ore e un giorno di riposo nelle migliori delle ipotesi.

Più testate giornalistiche hanno denunciato un depotenziamento della sanità italiana quantificando i tagli a 37 miliardi che hanno comportato la chiusura di 350 reparti in tutta Italia. Non pensa che da questa crisi sanitaria dovremmo aver capito una volta per tutte che bisogna puntare sulla sanità pubblica e investire molti fondi su di essa? L’atteggiamento di molti politici nell’attuale situazione è condannabile se si considera che nessuno fino a ora abbia fatto un mea culpa per le politiche scellerate di tagli continui alla sanità pubblica, sicuramente ci saremmo trovati lo stesso in emergenza, ma sicuramente l’avremmo affrontata meglio. L’emergenza, proprio in quanto tale e specie di questa portata, ti coglie impreparato e così ti trovi a dover fronteggiarla usando tutte le maniere possibili: assunzione di nuovo personale, apertura di ospedali chiusi da diversi anni, istituzione di presidi sanitari improvvisati rischiando di trovarti presidi sanitari privi di materiale necessario, personale impreparato o mandato allo sbaraglio, con il rischio di commettere errori senza ridurre il danno. E’ chiaro che se un sistema è in salute non ne esce con le ossa rotte da una situazione del genere, sicuramente ne esce provato, ma non distrutto; il sistema sanitario italiano non godeva di ottima salute e le conseguenze sono quelle che stiamo vivendo. Questa esperienza spero che serva da monito alla politica italiana che deve tutelare il sistema pubblico sanitario che è sempre in prima linea quando si tratta di emergenze nazionali e non solo perché è l’unico ad affrontare l’emergenza sanitaria, ma perché la salute deve essere un bene di tutti e non di pochi.
Le responsabilità, però, non sono solo delle istituzioni, ma anche di noi cittadini e sigle sindacali che non hanno mai sostenuto chi contestava i tagli alla sanità a favore di privati che adesso se ne infischiano a parte qualche caso. Tagliare la sanità pubblica è un danno che riguarda tutte e tutti, è il nostro sistema e come tale va difeso; mi auguro che la popolazione alzerà barricate se alle prossime finanziarie non si aumentano i fondi al Sistema Sanitario Nazionale.

Secondo lei perché girano video di persone che cantano “Azzurro” o l’inno nazionale, o di incoraggiamento verso le istituzioni, invece che espressioni di indignazione rispetto ai governi di ieri e di oggi che hanno annichilito la sanità italiana che ora è evidentemente impreparata all’ emergenza?
Adesso i cittadini cantano l’inno o “azzurro” anche per scotomizzare la paura della malattia e della morte e fare un appello all’unità nazionale; non mi sento di condannarli, ma sarebbe auspicabile che si spingesse il governo a requisire la sanità privata, a trovare fonti di sostegno a chi essendo in quarantena non può lavorare e quindi non si può pagare l’affitto, che si chieda a gran voce la chiusura di fabbriche che non hanno alcuna utilità per l’attuale emergenza, per non parlare dei Riders. Mi chiedo dove sono i sindacati in tutto questo?Si è passati da sottovalutare il virus a cantare sui balconi, adesso è necessario chiedere al governo interventi mirati come quelli sopracitati. Il tempo dei giochi è finito, basta farsi un giro a Bergamo e Brescia, non credo che qualcuno abbia cantato dai balconi. La situazione nella pianura padana di certo è anche figlia di una Confindustria che ha preferito il profitto alla salute e il Governo con il suo silenzio ha assecondato tale carneficina. Non vorrei che finita questa emergenza ci dimenticheremo dei responsabili di un disastro che avrebbe potuto avere una portata diversa.

Cosa pensa delle conseguenze sociali di questa emergenza?
L’assalto ai supermercati è una conseguenza di una psicosi che non mi sento di condannare, siamo tutte e tutti spaventati da questa situazione e la paura può essere utile per rispettare ordinanze necessarie come quella di stare a casa, ma è anche causa di episodi orribili come si è visto all’inizio con aggressioni insensate ai cinesi o richieste insensate di chiusura delle frontiere. Qui il virus non c’entra, semplicemente è stato l’alibi per dar sfogo alle pulsioni più becere che in alcuni sono sempre state covate. All’inizio molti sottovalutavano la pericolosità di questa epidemia, che poi è diventata pandemia, e condannavano i telegiornali che esageravano nel parlare solo di questo problema, ma il problema esiste e molti ancora non lo hanno capito, anche perché all’inizio alcuni esperti sottovalutavano il corona virus. Adesso bisogna avere non paura, ma accortezza, e bisogna lanciare un messaggio di speranza, solo così la gente potrà sacrificare la propria quotidianità per un ritorno alla normalità.

Potrebbe descriverci il morale suo e dei suoi colleghi? Come vive questa emergenza chi si trova in corsia?
Tra i colleghi c’è la paura di non farcela, di ammalarsi e di non essere utile alla causa. I messaggi di solidarietà della gente, le loro donazioni, il chiamarci “eroi”, ci mette nelle condizioni di essere consapevoli di giocare un ruolo importante. La paura di ammalarsi, non è solo per le conseguenze fisiche, che possono essere anche gravi, ma avrebbe un risvolto anche psicologico e di frustrazione in chi non si sentirebbe più utile a una causa “nazionale” prima ancora che mondiale. A chi ci chiama “eroi” dico che siamo gli stessi di sempre, uguali a prima, e che la ricerca di un eroe è necessaria nel momento in ci l’abnegazione deve colmare i vuoti istituzionali. Eroi sono gli operai che lavorano in condizioni disumane, i pompieri che devono intervenire in situazioni in cui i furti delle amministrazioni causano catastrofi, eroi sono coloro che con spirito di abnegazione mandano avanti un sistema che non gode di buona salute. Mi chiedo se non sarebbe meglio non avere “eroi”, ma persone che fanno semplicemente il loro lavoro e che qualche volta possono essere chiamati a fare qualche straordinario, questo perché sappiamo che il sistema perfetto non esiste. Dalle mie parti addirittura hanno attivato un servizio di consulenza psicologica perché il burn out può essere dietro l’angolo. Cosa cambia rispetto ad altre situazioni di sofferenza con cui chi lavora nella sanità si confronta quotidianamente? Cambia che il fenomeno è globale, da nord a sud, nessuna distinzione di sesso e nessuna distinzione d’età, si parla sempre di te nei telegiornali e perché i pazienti si sentono protagonisti di una realtà in cui non volevano starci, in cui sanno che sono i numeri delle statistiche e che sperano di rientrare nella colonna dei “guariti”. Ma ciò che veramente è drammatico in tutto ciò è che i pazienti sono soli; sei tu che devi passare il telefono al paziente per far sentire la voce della figlia o della moglie , sei tu che vai a prendere alla portineria i vestiti che i parenti hanno preparato per il cambio dei pazienti. Mi è capitato di far pervenire a un ragazzo, 41 anni, la valigia con le robe pulite e mi ha chiesto gentilmente di aprirla; dentro c’era una cartolina con la scritta “Andrà tutto bene” con le firme dei suoi parenti, amici, nipoti, ma quel giorno il paziente non stava bene e c’era la possibilità che venisse intubato. Ecco, fare questa associazione, e cioè il messaggio dei parenti e le condizioni reali del paziente, è stato molto straziante. Non fornisci più solo assistenza , ma sei il filtro con il mondo dei loro affetti. Una settimana fa è morto un signore di 90 anni, nei primi giorni di ricovero era anche abbastanza autosufficiente e lo ricordo perché aveva sul comodino le lettere che gli avevano scritto i suoi nipoti; la tragedia è anche questa, non poter dare l’ultimo saluto e celebrare un funerale dignitoso in cui chi ti ha voluto bene ti saluta per l’ultima volta.

Altre testimonianze raccolte da Sportello Sociosanitario Autogestito Bari:

Voci di corsia – intervista ad un’infermiera pugliese impegnata in questa emergenza sanitaria.

Capita di essere dalla parte giusta…del mondo. – di Sportello Sociosanitario Autogestito Bari

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