Voci di corsia- intervista all’ Ambulatorio Medico popolare di Milano. [di S.S.A. Bari]

Riceviamo e pubblichiamo una nuova intervista a cura di Sportello Sociosanitario Autogestito Bari.
Abbiamo raccolto le testimonianze di diversi operatori che collaborano con l’Ambulatorio Medico Popolare: infermiere in pronto soccorso di ospedale pubblico, medici e operatori in diversi ospedali pubblici e RSA di Milano, Monza e relative province; il loro punto di vista è una ventata di verità sulle falsità che si raccontano sui giornali e che dice il Governo, è il punto di vista di chi affronta questa emergenza sanitaria e sociale sia nei reparti che in strada.

Com’è stato l’impatto dell’arrivo del virus nella struttura dove lavori? Quali sono i punti di debolezza e di forza della tua struttura ospedaliera? Insomma come ve la passate? C’è solidarietà tra voi lavoratori?
Una cosa importante che rileviamo e che crediamo importante segnalare è la situazione anche molto diversificata da ospedale a ospedale, in particolare da rilevare le differenze gestionali e operative, tra il Sacco (polo di riferimento per il biocontenimento insieme allo Spallanzani di Roma) e tutte le altre strutture ospedaliere (di cui nel testo ometteremo i nomi per tutelare chi ci lavora).
Dopo che l’OMS ha dichiarato il rischio di diffusione del focolaio oltre i confini cinesi, è iniziata una serie di cambiamenti organizzativi, strutturali e di percorsi che hanno profondamente trasformato gli ospedali e li trasformano ancora, in alcuni casi anche più volte in un singolo giorno lavorativo, situazione che genera confusione e fraintendimenti alle volte pericolosi per la salute degli operatori.
Cambiamenti in genere, con poche eccezioni, sempre tardivi, aleatori e il più delle volte inefficaci a garantire un effettivo contenimento della malattia, e, come dicevamo, con notevoli differenze fra le singole strutture e anche all’interno delle strutture stesse.
Per esempio per quanto riguarda la disponibilità dei DPI:

  • al Sacco dovrebbero essere pochissimi i reparti che trattano persone non COVID e in questi comunque dovrebbero esserci i corretti DPI, mentre attualmente i reparti COVID e il PS sono correttamente equipaggiati in merito;
  • in altre strutture, se non si può lamentare la scarsità degli ormai arci-noti dispositivi di protezione individuale, in alcuni casi della loro qualità si. Questo non vale per altri reparti, considerati meno sul “fronte”, ma dove il rischio di ammalarsi per i lavoratori della sanità è pressoché lo stesso.

Altra situazione che ci sembra significativa: nell’Ospedale ***, nei primissimi giorni successivi al caso di Codogno non si capiva se le attività ambulatoriali sarebbero proseguite o meno. Significativo invece che l’unica comunicazione chiara che è stata trasmessa è stata che le prestazioni dei PAI (Piani di Assistenza Individuale) dei malati cronici dovessero continuare, per cui per alcuni giorni molte attività ambulatoriali già sospese ma quelle analoghe dei PAI no, su ordine della direzione generale. Parliamo in questo caso della, criticatissima, riforma lombarda della gestione dei cronici, con la quale regione Lombardia sta puntando al definitivo trasferimento di un intero settore ai privati, in questo caso come vediamo, Covid o non Covid, “the show must go on”.
In questa scia inseriamo anche il fatto che gli ospedali privati convenzionati non abbiano messo a disposizione da subito personale e servizi di rianimazione, e ora che l’hanno fatto non è dato sapere a quale prezzo.
Questo turbine, anche emotivo, ha avvicinato i lavoratori, in certi casi, come succede anche nel resto del corpo sociale, sposando in toto e acriticamente le scelte discutibili delle istituzioni (vedi dirigenza a vario titolo, dal quadro più alto alle/agli coordinatrici/coordinatori) in un “teniamo duro tutti assieme che passeremo anche questa”. Altri invece si accorgono dell’inettitudine di chi li comanda, trovandosi in situazioni in cui da soli, magari durante un turno notturno con alto afflusso di persone, devono decidere come organizzare spazi angusti e poco dignitosi anche per situazioni normali.
La situazione veramente drammatica è quella dei Medici di Medicina Generale, che, anche nell’evoluta Lombardia, sono equipaggiati esclusivamente di poche mascherine chirurgiche e devono acquistare autonomamente i DPI adatti (se li trovano), e soprattutto delle RSA pubbliche o private dove i dirigenti hanno proceduto con una politica di negazione dell’evidenza dei casi interni di contagio, e contemporaneamente fortemente operato nella “dissuasione” dell’uso delle mascherine da parte degli operatori
La conseguenza è attualmente drammatica per numero di contagi e decessi dei pazienti (parliamo in particolare di Don Gnocchi e Pio Albergo Trivulzio, situazioni uscite anche finalmente in cronaca sui giornali) e di contagio degli operatori.

L’AGI denuncia un depotenziamento della sanità italiana quantificando i tagli a 37 miliardi che hanno comportato la chiusura di 350 reparti in tutta Italia. Vi è una correlazione tra numero di morti dovuti a questa epidemia e lo stato di precarietà in cui vive il sistema sanitario? Non pensi che da questa crisi sanitaria dovremmo aver capito una volta per tutte che bisogna puntare sulla sanità pubblica e investire molti fondi su di essa?
E’ interessante notare come la narrazione corrente punta a spostare la responsabilità sul singolo cittadino, con la colpevolizzazione di chi a vario titolo “viola” le disposizioni (runner, anziani in cerca di una boccata d’aria, passeggiatori con cani), mentre questa situazione ha sicuramente altri, tanti responsabili: gli stessi che ora chiedono di ubbidire alle regole e le impongono a suon di decreti.
Dato atto che i dati definitivi sulla mortalità della malattia non sono ancora disponibili, e dovranno tenere in conto una pluralità di fattori (età, comorbidità, caratteristiche cliniche, tipo di approccio terapeutico), allo stato attuale appare chiaro che si tratta di una malattia che può essere grave (e mortale) anche in soggetti giovani e senza grandi comorbidità e che è caratterizzata da un’elevata contagiosità e morbilità, con un numero elevato di persone malate che necessitano di assistenza medica anche ad alta intensità; a tutto ciò fa però da contraltare una carenza di strutture capaci di soddisfare questa esigenza, in termini di numero e capacità.
Questo dimostra come la crisi sia stata causata da chi (politici di ogni schieramento senza distinzioni) ha depotenziato la sanità pubblica con tagli, aziendalizzazione, blocco del turn-over, numero chiuso di accesso alle facoltà di medicina o professioni sanitarie, accesso estremamente limitato rispetto al numero dei laureati alle scuole di specializzazione medica (con conseguente carenza di specialisti, che sono sostanzialmente gli unici a poter poi lavorare in ambito ospedaliero), burocratizzazione, aperture sempre più larghe al privato, dall’ospedale convenzionato alle mutue sanitarie nei contratti di lavoro, chiusura di ospedali e reparti nel nome dell’efficienza e del razionamento.
La regionalizzazione del sistema sanitario, istituita soprattutto per favorire i soliti potentati locali, ha inoltre rappresentato un grave ostacolo alla gestione unitaria dell’emergenza, con il risultato, fra l’altro, di un diverso andamento epidemiologico, anche in termini di decessi, tra regioni inizialmente coinvolte in modo “omogeneo” dal contagio (Lombardia, Emilia, Veneto).
Crediamo che questa crisi abbia posto (di nuovo) la questione della sanità pubblica e del suo accesso come bisogno fondamentale, universale, gratuito e rivolto in primo a luogo e prevenire le situazioni di malattia e aiutare a garantire a chiunque la possibilità di mantenersi in salute. Questo però richiede una radicale trasformazione della società in cui viviamo, che ammala noi stessi e il pianeta. Non basta aumentare i fondi per il servizio sanitario nazionale.

Secondo te perché, anche tramite il tam tam sui social, girano video di persone che cantano “Azzurro” o l’inno nazionale, o di incoraggiamento verso le istituzioni, invece che espressioni di indignazione rispetto ai governi di ieri e di oggi che hanno annichilito la sanità italiana che ora è evidentemente impreparata all’emergenza?
La paura, nel momento in cui non è accompagnata da un adeguato livello di riflessione e indignazione è un sentimento che paralizza ed appiattisce intorno ad “idoli” come l’unità nazionale, il patriottismo ed il nazionalismo (con seguito di bandiere tricolori). La segregazione oltretutto non favorisce né una riflessione profonda né l’instaurarsi di un sentimento di indignazione collettiva.
Consideriamo anche che queste stesse persone che adesso sono chiuse a casa a cantare l’inno hanno almeno potenzialmente accesso ai canali di informazione per poter riflettere e indignarsi, ma non ne usufruiscono: perché non li conoscono? perché media e social li allettano con attività più tranquillizzanti (come cantare Azzurro al balcone)?
C’è da dire che, intanto che scriviamo la situazione si è abbastanza modificata: non si canta più e la percezione è che stiano maggiormente circolando sui social contenuti critici.

Puoi descriverci la il contesto sociale che stai vivendo? La situazione dei quartieri? Come sta vivendo la popolazione?
Su questo tema, stando quasi tutti noi chiusi per la maggior parte del tempo in ospedale, abbiamo difficoltà a rispondere. Possiamo dire che sappiamo che si stanno piano piano creando forme di mutuo aiuto, supporto, e veicolazione di informazioni, sia spontanee che più organizzate. Sicuramente nei quartieri in cui sono presenti spazi occupati, che si sono mobilitati da subito in questo senso.

Ci spieghi le gigantesche contraddizioni che tantissimi lavoratori hanno notato nella chiusura dei luoghi pubblici? Perché le università si e i grandi impianti industriali no? Non credi che l’atteggiamento del governo e dei sindacati confederali sia incoerente e sempre a favore degli industriali contro i diritti dei lavoratori? Possono, questi luoghi, essere considerati assembramenti?
Il dibattito su questo argomento, in particolare in Lombardia, è molto acceso. Ovviamente i luoghi della produzione industriale, ma come quelli dello smistamento delle merci e della logistica, i cantieri, le scuole, gli impianti sportivi, sono tutti luoghi da considerare assembramenti, in particolar modo per la contiguità tra le persone sia fisica che materiale: anche in catena di montaggio dove i pezzi vengono trasportati da nastri i lavoratori condividono di necessità alcuni spazi comuni (spogliatoio, timbro, caffè) e per questo, mantenendo coerenza rispetto alle intenzioni del governo di attuare un contenimento (tardivo) limitando i contatti sociali, andrebbero tenuti chiusi. Non esiste che alcuni padroni riescano in così poco tempo a riadattare la produzione industriale in modo sufficientemente sicuro per la salute e sicurezza dei lavoratori evitando un possibile contagio tra lavoratori. Vengono invece chiusi luoghi, come i parchi o le biblioteche, probabilmente utili per mantenere il benessere psicofisico dei confinati, soprattutto dei bambini o delle persone con varie morbidità e disagi, che potrebbero forse rimanere aperti adottando specifici accorgimenti precauzionali per evitare la diffusione del virus. Fanno sperare solo gli scioperi spontanei che continuano a nascere in diverse aziende che chiedono lo stop temporaneo della produzione. In pratica il governo risponde all’impulso securitario da balcone e alla sfrontatezza del padronato che se ne fotte della salute dei lavoratori in nome del profitto.

Pensi che i social e i giornali abbiano avuto un ruolo fondamentale nel dilagare della paura?
Social e media in generale, uniti a sanitari dall’ego ipertrofico e politici che si contraddicono tutti l’un l’altro, hanno creato una cacofonia di informazioni spesso errate, che hanno generato questo misto di paura, ricerca di securitarismo e sentimenti a volte irragionevoli. “Chi semina vento, raccoglie tempesta”.
Troviamo particolarmente insopportabile sentirsi definire “in guerra” o “in trincea”: paragonare il lavoro duro di questi giorni con la guerra (che da sempre rappresenta l’invio al macello di milioni di proletari per soddisfare gli appetiti delle classi dominanti) ci sembra un insulto per tutti noi che stiamo lavorando in questo inferno.

Gli Stati e le organizzazioni internazionali danno molta attenzione a questa epidemia e, almeno sulla carta, cercano di contenerla con ogni mezzo possibile. Considerando che non si mai assistito ad uno sforzo simile per contrastare malattie come la malaria o la febbre dengue, solo per citarne alcune, che mietono milioni di vittime; volevo chiederti: Come mai queste differenze? Si può ravvedere un atteggiamento eurocentrico e razzista, in termini di importanza, nel affrontare quella crisi sanitaria anziché quell’altra?
Vi è un’evidenza che è legata alla scienza medica moderna, per cui si investono enormi quantità di risorse per elaborare e riuscire a realizzare grandi evoluzioni di cura per malattie, mortali e disabilitanti, ma abbastanza rare, mentre per altre permane un sostanziale disinteresse della comunità scientifica. Faccio un esempio: a Milano sono stati realizzati i primi interventi chirurgici intrafetali per correggere malformazioni del feto; un grande risultato scientifico. Un ridicolo risultato umano se consideriamo che (dati OMS) nel mondo muoiono ogni anno più di 5 milioni di bambini sotto i 5 anni, circa 15000 al giorno, nella maggior parte dei casi per cause legate a condizioni economico-sociali: malnutrizione, infezioni perinatali a causa di inadeguate condizioni igieniche. 15000 infanti che ogni giorno muoiono di povertà. Il Sarscov-2 al confronto impallidisce.
Ma parliamo di 15000 infanti che sono prevalentemente nella parte “sbagliata” del mondo, quindi che non destano quindi l’attenzione e l’interesse della parte “giusta” del mondo.
Un gruppo di medici di un ospedale di Bergamo, in una lettera al New England Journal of Medicine ha sinteticamente definito il Covid “l’Ebola dei ricchi”.

Le proteste nelle carceri, che partono dalla decisione di interrompere i colloqui, hanno portato la morte di 12 detenuti. Non credi che l’adozione di misure alternative possa essere la scelta più sensata in questo momento? E’ possibile garantire la salute nelle carceri o nei cpr rinomati per le condizioni igenico-sanitarie più che precarie?
Non sono anche questi degli assembramenti?

Le carceri sono probabilmente gli assembramenti più pericolosi in questo momento. C’è da dire che l’adozione a misure alternative in situazioni di costante sovraffollamento carcerario, sarebbero da adottare sempre e a prescindere dall’attuale situazione e rischio di contagio. In questa situazione, un’amnistia, come quella chiesta da alcuni detenuti rivoltatisi è forse la soluzione sanitaria migliore.
E’ davvero sorprendente a questo proposito che nessuna voce si sia levata a chiedere chiarimenti sulle morti dei detenuti avvenute nel corso delle rivolte e che ci sia accontentati di una poco plausibile spiegazione di “abusi farmacologici”.

Quali forme di supporto potrebbero essere organizzate al di fuori degli ospedali per combattere il contagio e contemporaneamente evitare l’esposizione delle fasce scoperte?
Le persone più esposte in questa situazione sono coloro che già soffrono di patologie respiratorie, e non solo, gravi o meno, le quali dovrebbero evitare ogni contatto diretto e, quando necessario, adottare precauzioni per evitare di compromettere ulteriormente la loro funzionalità respiratoria.
A Milano, come dicevamo, si sono formate varie brigate di solidarietà, alcune coordinate da ONG, altre da comunità. Pensiamo che rappresentino una vera risposta comunitaria di contenimento del virus. Non perché, come lo Stato, ti ordino e ti impedisco di uscire di casa, ma perché permettono a chi è meglio che stia a casa in questo frangente particolare, di poterlo fare senza sentirsi soli e abbandonati, mantenendo contatti umani reali, non solo virtuali, senza rischiare di contrarre una malattia che potrebbe essere potenzialmente letale o fortemente disabilitante. Oltre al contagio c’è da affrontare paura e solitudine. Le brigate di solidarietà le combattono tutte e tre.

So che non avete chiuso l’AMP, come vi siete organizzati? E che utenza sta venendo? Potete descriverci, nell’era del #iorestoacasa, la situazione di chi casa non ne ha?
Abbiamo fin da subito messo in atto alcune modifiche strutturali e organizzative per poter rimanere aperti e attivi senza mettere in pericolo noi e le persone che vengono da noi. Modifiche strutturali eliminando oggetti dalle superfici difficilmente lavabili, sostituendoli con altri dalle superfici sanificabili con più semplicità. Prima di ogni turno viene eseguita accurata pulizia ed areazione degli spazi. Si mantiene distanza necessaria tra le persone. Abbiamo guanti, mascherine e camici a sufficienza sia per noi che da distribuire alle persone che stazionano in sala d’attesa. Gli appuntamenti sono stati diluiti in modo da evitare che più persone si trovino in contemporanea nella sala d’attesa.
Da questa settimana chiuderemo l’altro giorno di apertura e attiveremo un numero di telefono per consulenze ed eventuali rimandi allo sportello, in quanto molte persone non stanno più venendo direttamente in ambulatorio. Per noi la ragione è semplice: paura della polizia. In una situazione da coprifuoco, con strade deserte, polizia ovunque, chi non ha documenti o vive in situazioni abitative informali, ha paura a uscire in strada. Non tutti. Infatti molte delle persone che vengono ancora da noi non hanno documenti, ma malattie croniche per cui non avrebbero nessun’altra soluzione per potersi curare.
Infine, chi casa non ce l’ha: due esempi reali che pensiamo diano l’idea.
Uomo di circa 60anni, senza fissa dimora, dorme in un dormitorio comunale che ovviamente di giorno è chiuso, viene fermato dalla polizia in strada che chiede documenti e dice che non può stare in strada senza ragione; ma lui una ragione ce l’ha, è casa sua! Lo sbirro non vuole saperne e lo denuncia per inosservanza delle misure di governo. Alcuni giorni dopo, lo stesso, viene di nuovo fermato dalla polizia, questa volta lui si è premunito con un documento rilasciato dal Comune che mostra che vive in dormitorio che di giorno è chiuso. Ma alla polizia non interessa, gli ordini sono quelli di denunciare che è fuori casa, ‘sti cazzi se non ce l’ha la casa.
Secondo esempio: è notte e siamo in un caseggiato popolare della periferia. tentativo di occupazione. Intervento immediato di polizia e ispettori che sventano lo sgombero. La notte successiva si ripete la situazione con relativo inseguimento per i caseggiati da parte di sicurezza privata che non trova nessuno. La terza notte una famiglia con tre bambini trova finalmente casa. Per polizia e istituzioni sarebbero dovuti stare per strada. Morivano di covid-19, freddo o altro.
Alla società non interessa, l’importante è che sia garantita la legalità. 

Altre testimonianze raccolte da Sportello Sociosanitario Autogestito Bari:

Voci di corsia – intervista ad un OSS di un reparto covid-19 in Piemonte.

Voci di corsia – intervista ad un’infermiera pugliese impegnata in questa emergenza sanitaria.

Capita di essere dalla parte giusta…del mondo. – di Sportello Sociosanitario Autogestito Bari

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